Nella nostra lingua il termine “curiosità” ha un significato ambiguo. Talora, anche piuttosto negativo. La persona curiosa è un “ficcanaso”, uno che non si fa mai gli affari suoi, che spettegola e non possiede la dote della discrezione. Ricordiamo la definizione latina: “libido sciendi non necessaria”.[1] Oltretutto, con la parola “curioso” si etichetta anche un comportamento eccessivamente originale e bizzarro di chi è solito infrangere le regole e le consuetudini della vita di ogni giorno.
La rivalutazione della curiosità come atteggiamento positivo ci arriva dagli Stati Uniti e riguarda proprio la figura del leader. In questo caso, naturalmente, per curiosità si intende una “libido sciendi necessaria”, cioè l’atteggiamento positivo di chi non si accontenta di ciò che conosce ma è alla continua ricerca di nuove idee e scoperte. Il vero leader, in altri termini, rifiuta lo “status quo”, ed è fisiologicamente proiettato verso il cambiamento e, di conseguenza, verso il futuro.
Perché la “sana” curiosità è importante? Perché può favorire i processi di innovazione e rappresentare un vero e proprio propulsore per la vita organizzativa delle aziende. Con il termine “curiosità” intendiamo, infatti, anche il coraggio di sfidare il pensiero corrente, di discutere temi mai affrontati prima, di modificare il proprio atteggiamento, ancorato a consuetudini radicate ma, spesso, tutt’altro che funzionali. In breve, il leader curioso è colui che ha una “mente aperta”, che non considera una minaccia chi la pensa diversamente da lui, ma, al contrario, è disposto al confronto. Anche perché sa che da questo confronto potranno nascere idee migliori e, quindi, anche risultati più soddisfacenti.
A questo punto, si rende necessario un esame di coscienza, un’analisi introspettiva seria che non fa mai male, da parte dei leader o potenziali tali. Come va il vostro “quoziente di curiosità”? Per poter dare una risposta vi aiutiamo formulando alcune domande alle quali occorre rispondere – è quasi banale sottolinearlo – con la massima attenzione e sincerità.
- 1. Qual è la differenza che ti caratterizza rispetto ad altri manager? Perché i tuoi collaboratori dovrebbero essere guidati proprio da te?
- a. Vi sono almeno tre buone ragioni
- b. La mia presenza è importante anche se non sempre indispensabile.
- c. Perché sono il loro capo
Se il fatto che tu ci sia o non ci sia modifica di poco la qualità del lavoro che produce il tuo team, evidentemente qualcosa non va. Se la tua presenza è poco significativa e non produce quegli imput efficaci e sostanziali che dovrebbero caratterizzare un’azienda orientata al cambiamento e al miglioramento, allora, è più che probabile che la spinta propulsiva che proviene dalla tua curiosità stia scarseggiando o manchi del tutto.
- 2. Negli ultimi tempi pensi di essere cresciuto come persona e come leader? Abbandona atteggiamenti troppo indulgenti nei tuoi confronti e rispondi con sincerità.
- a. Mi tengo informato e credo nel principio della “formazione continua”
- b. Vorrei tenermi aggiornato ma spesso sono troppo coinvolto dal lavoro di routine
- c. In fondo, non c’è niente di nuovo sotto il sole. La formazione è tempo sprecato
Un leader che non cresce, che non si informa, non si tiene aggiornato, non segue corsi, non è attento alle novità, non investe parte del suo tempo nella formazione non può pretendere che lo facciano i suoi collaboratori e, quindi, in breve rischia di trovarsi con un’organizzazione che, a sua volta, cresce poco. In questo quadro, il suo destino è quello di rimanere al palo, di perdere colpi rispetto a chi, invece, sceglie la strada della “formazione permanente”, quella autentica che fiorisce sulla spinta di interessi e curiosità reali.
- 3. Sei disponibile a scambiare idee con i tuoi collaboratori, a discutere apertamente con loro o il tuo “ego” te lo impedisce?
- a. Approfitto di ogni occasione per parlare con tutti i miei collaboratori
- b. Mi limito a parlare con i miei collaboratori più vicini
- c. Ritengo sia giusto che qualsiasi scambio di idee avvenga nella sede appropriata (riunioni) e secondo le prassi stabilite.
Se la risposta è negativa, difficilmente potrai avere contributi da coloro che ti sono vicini. D’altra parte, esercitare così il proprio potere è davvero controproducente. E’ come comportarsi da dittatore che teme le idee che arrivano dagli altri e tende a soffocarle. Al contrario, il leader orientato al cambiamento e all’innovazione incoraggia i suoi a sfidarlo, a sollecitare domande, ad avanzare proposte, sempre disponibile a valutarle e apprezzarle, anche perché alla base del suo atteggiamento c’è una sincera e spontanea curiosità nei confronti degli altri. In altri termini, conta poco stabilire chi ha ragione o meno ma se le idee possano davvero cambiare le cose in meglio, da qualsiasi parte provengano.
- 4. Quanti nuovi collaboratori con vero talento sei riuscito a inserire nel tuo team negli ultimi tempi?
- a. Diversi. Ognuno con caratteristiche e doti particolari.
- b. Pochi e, in certi casi, elementi non eccelsi.
- c. Nessuno. Oggi, non è facile trovare collaboratori adatti.
Se sono pochi o, peggio, non ce ne sono è segno che il tuo “quoziente di curiosità” è piuttosto modesto. Il leader che è sensibile alle nuove idee, infatti, è in grado di creare un clima culturale attorno a lui che incoraggia i contributi originali da qualunque parte essi provengano. E questo clima costituisce un polo di attrazione formidabile per i giovani più talentuosi che possono esprimersi liberamente senza temere di veder soffocate o disprezzate le proprie proposte.
Risposte:
Le risposte (a) valgono 25 punti, le (b) 15, le (c) 5. Un buon Q.C. (Quoziente Curiosità) si situa attorno ai 90 punti. Al di sotto dei 60 forse occorre darsi una “mossa”!
Curiosità, a cavallo tra ragione ed emozione
Ci sembra giusto, a questo punto, approfondire il tema facendoci aiutare da chi, come il prof. Boyatzis[i] sul comportamento del leader ha scritto numerosi saggi e continua a svolgere interessantissime ricerche dal punto di vista neuro-scientifico. Gli abbiamo posto le seguenti domande.
Come si genera nella mente umana la curiosità?
Come la maggior parte delle esperienze umane ha due componenti fondamentali, una affettiva e l’altra cognitiva. E’ quindi probabile che vengano attivate sia le reti neurali nella corteccia prefrontale (razionalità) che altre reti che coinvolgono il sistema limbico e l’amigdala (emotività).
Cosa succede quando una persona si trova a dover affrontare un problema in modo razionale, concentrandosi su di esso?
Sono stati eseguiti numerosi esperimenti verificando cosa succede quando una persona utilizza il pensiero analitico, ad esempio per risolvere un puzzle. Gli studiosi di “neuroimaging” si sono resi conto che viene stimolata una rete neurale situata nella corteccia prefrontale (che Tony Jack[ii] chiama “rete analitica”), associata ad aree deputate alla attenzione focalizzata come la corteccia cingolata anteriore.
La curiosità in cosa si differenzia da questo processo?
Curiosità significa, in sostanza, essere aperti a una nuova idea, a una nuova persona, a una nuova emozione e sembra che il processo messo in funzione sia diverso anche perché entra in gioco una componente come la regione cingolata posteriore che è in antagonismo con quella anteriore. In sintesi, la curiosità rappresenta, come afferma lo stesso Jack, una complessa combinazione tra apertura al nuovo (emotività) e attenzione/concentrazione (razionalità).
[1] De Legibus, Guglielmo di Auvergne.
[i] Richard E. Boyatzis, Ph.D. Interim Executive Director, The Mandel Center for Nonprofit Organizations Distinguished University Professor, Departments of Organizational Behavior, Psychology, and Cognitive Science H.R. Horvitz Chair of Family Business Case Western Reserve University
[ii] Tony Jack, collaboratore del professor Richard Boyatzis
