È notizia di queste ore la sentenza pronunciata dalla Corte di giustizia europea rispetto a un ricorso intentato dalla Premier League inglese contro la pratica (invalsa nei pub inglesi, così come in tanti locali sparsi nell’Unione Europea) di ritrasmettere partite del campionato inglese facendo uso di decoder, e di schede magnetiche, acquistati ad un prezzo inferiore in un altro Paese dell’Unione.
La Lega inglese aveva presentato denuncia all’Alta Corte di Londra proprio nell’intento di combattere e eradicare questo fenomeno, che – se esteso su larga scala – significherebbe un drastico calo degli introiti derivanti dalla vendita dei diritti di trasmissione degli eventi sportivi patrocinati dalla stessa Lega.
La Corte Europea, il cui intervento è stato sollecitato dalla Corte di Londra, si è sorprendentemente pronunciata contro la Lega inglese, riconoscendo così ai gestori di locali pubblici il diritto di utilizzare decodificatori e schede (e di trasmettere le partite e i risultati calcio), anche se acquistati all’interno di un altro Paese, a tariffe sensibilmente inferiori.
In caso contrario, si sarebbe violato un principio fondante della stessa Unione Europea, e cioè la libera circolazione dei servizi e delle merci. I diritti di diffusione di una partita di calcio non possono fare eccezione a questo basilare principio, dunque il problema resta (per le Leghe dei diversi Paesi europei), e il problema rischia di espandersi a macchia d’olio, fino a toccare la ritrasmissione delle partite e dei risultati Serie A.
Paladina di questa lotta, e novella (nonché muliebre) versione di Davide contro Golìa, è tale Karen Murphy, titolare di un pub di Portsmouth, che ha intrapreso la sua battaglia contro il colosso rappresentato dalla Lega Calcio inglese. E ha vinto.