I rischi delle Comfort zone

montagne

Articolo tratto dal libro:

Atteggiamenti mentali e azioni per il successo "Atteggiamenti mentali e azioni per il successo. Come trasformare le ambizioni personali e professionali in risultati" di Claudio Scalco e Gianluca Gambirasio, FrancoAngeli 2012  

 

Libro

IBS

 

I rischi della Comfort zone

«Viviamo, di solito, con il nostro essere ridotto al minimo; la maggior parte delle nostre facoltà resta addormentata, riposando sull'abitudine, che sa quello che c'è da fare e non ha bisogno di loro». Marcel Proust

Possiamo affermare che la comfort zone è una situazione di massima efficienza che però, se non viene costantemente aggiornata a livelli superiori di prestazione presenta una serie di controindicazioni:

  • La nostra consapevolezza e la nostra concentrazione sono quasi nulle e quindi siamo impreparati agli imprevisti.
  • Perdiamo la ricchezza contenuta nell’esperienza che stiamo facendo. Viviamo una “non esperienza”, per esempio camminiamo per strada e non notiamo nulla: un profumo nell’aria, la sfumatura di colore di un fiore, il sorriso di un bambino, l’eleganza di una persona, l’azzurro del cielo, il piacere del nostro respiro, una nuova vetrina, ecc.
  • Non impariamo niente di nuovo, non c’è miglioramento, anzi per la legge del risparmio, per cui tendiamo a eliminare tutto ciò che costa sforzo, s’innestano processi d’involuzione.
  • E’ un’esperienza che non ci coinvolge più emotivamente e può diventare noiosa o deprimente. Vi ricordate le prime volte che eravate alla guida di un’automobile, o meglio ancora, della vostra prima automobile? Quanto era bello ed emozionante? Quanto piacere, soddisfazione, curiosità, ponevate nella guida? E adesso, dopo aver percorso decine di migliaia di chilometri, quanto è rimasto di quel piacere?
  • Mancando la consapevolezza del presente e del nuovo, il cervello non produce più nuove connessioni, s’impigrisce, aumenta la resistenza e la riluttanza al cambiamento e si riduce l’efficienza complessiva. Il proverbio recita “meno si fa e meno si farebbe”. La nostra mente rinuncia a focalizzarsi e trova comodo farsi catturare e trascinare via dai pensieri che si affacciano senza una logica precisa.
  • La noia uccide i neuroni e favorisce i processi d’invecchiamento. Negli uomini come negli animali un'esistenza priva di stimoli è fonte d’invecchiamento cerebrale. È quanto emerge da una ricerca americana dell'Università di Princeton condotta su alcuni esemplari di uistitì, piccole scimmie originarie dell'Amazzonia. Esaminando il cervello delle scimmie i ricercatori hanno constatato che gli animali rinchiusi in spazi angusti e privi di stimoli hanno sviluppato meno neuroni e proteine sinaptiche, quelle che il cervello utilizza per trasmettere messaggi tra neuroni, rispetto a quelli che hanno avuto a disposizione spazi in cui giocare, arrampicarsi e nascondersi. L'ambiente contribuisce quindi allo sviluppo e all'utilizzo del cervello che a sua volta influisce sull'apprendimento e le singole capacità (tratto dall’articolo di Giovanna Caldara “La noia uccide i neuroni e invecchia” apparso su www. psychologies.it nel giugno 2008).
  • In certi casi il rischio è di cadere progressivamente in una “comfort zone di pensieri negativi”. Il nostro cervello è preistoricamente più bravo a rilevare minacce, reali o immaginarie, ed è meno allenato a vedere le opportunità, favorendo l’insorgere di sentimenti di ansia, di critica costante, di collera, autocritica e sensi di colpa, e il pericolo reale nel lungo periodo è uno stato depressivo o perfino di malattia.

È dimostrato che quando un’emozione viene vissuta molte volte, instaura degli automatismi identici a quelli delle azioni abitudinarie. Questi automatismi vengono innescati al minimo fatto o elemento (ancora) che presenti elementi comuni alle situazioni che hanno prodotto quelle emozioni. Molte volte non siamo in grado di darci una spiegazione del fatto che siamo di cattivo umore o che proviamo un senso di ansietà, perché le cause sono all’interno di meccanismi automatici inconsci che possono risalire anche alla prima infanzia. Se associamo più volte un elemento ad una emozione, oppure, se ogni volta che abbiamo una data emozione è presente un certo elemento (oggetto, persona, colore, suono,  cibo, posto, situazione ecc.), questo elemento quasi sicuramente diventa una “ancora” che fa scattare quella emozione ogni volta che ne facciamo esperienza. Esempio: mettiamo che due o tre occasioni molto tristi e dolorose della nostra vita siano accadute all’imbrunire e in quel momento abbiamo sentito suonare le campane con una certa cadenza di suoni: è molto probabile che ogni volta che sentiremo suonare le campane all’imbrunire con quella determinata cadenza di suoni ci sentiremo inspiegabilmente molto tristi.
Esistono naturalmente anche le ancore positive come l’ascoltare una certa canzone, mangiare un piatto particolare, vedere un bel panorama, leggere una poesia, ecc.

20

+

anni di esperienza

50

+

formatori

250

+

tipologie di corsi

500

+

aziende Clienti

7500

+

corsisti formati