Mediocrità ed eccellenza

«L’eccellenza non è un atto ma un’abitudine». Aristotele

Tratto dal libro “Atteggiamenti mentali e azioni per il successo: come trasformare le ambizioni personali e professionali in risultati” di Gianluca Gambirasio e Claudio Scalco – FrancoAngeli 2012.

Appare evidente che la comfort zone, che è normale, inevitabile e perfino utile e comoda in molte situazioni della routine giornaliera, quando diventa preponderante nelle attività della nostra vita, soprattutto in questa realtà che cambia a ogni istante diventando sempre più complessa e competitiva, rappresenta un serio pregiudizio alla qualità e all’efficacia della nostra Vita e del nostro lavoro. La comfort zone limita la bontà dei risultati, inibisce la motivazione, il divertimento, la crescita personale e professionale e i comportamenti che mantengono il cervello efficiente e giovane.

Per esempio, un venditore in forte comfort zone è quello che dopo molti anni di vendita ha progressivamente automatizzato il proprio lavoro in una serie di comportamenti rutinari e poco produttivi tipici di questo stato:

  • Non mette più in discussione le sue conoscenze tecniche e le sue competenze relazionali e di vendita.
  • Non organizza più in modo scrupoloso le sue attività: definizione di obiettivi, programmazione, preparazione della visita.
  • Pone meno cura nei rapporti con i Clienti acquisiti: fa poche o nessuna domanda, ascolta di meno, osserva in modo superficiale, è convinto di conoscere tutto del Cliente, lavora più rilassato ritenendo molti aspetti della propria professione scontati o addirittura inutili.
  • Non prova e non trasmette più ai suoi interlocutori l’entusiasmo di chi lavora con passione e con l’orgoglio per il proprio prodotto e per l’azienda che rappresenta. E’ quello che alla domanda “come va?”, con aria filosofica e rassegnata ti da risposte del tipo:
    • “ne bene ne male”;
    • “si tira avanti”;
    • “il solito”;
    • “ma come vuoi che vada?”;
    • “così così”;
    • “potrebbe andare meglio”;
    • “bisogna sapersi accontentare”;
    • “speriamo che questa crisi passi presto”;
    • “lasciamo perdere”;
    • “siamo ancora vivi”.
  • Spesso in questa situazione tende a non assumersi più la totale responsabilità dei propri risultati e si convince progressivamente che alla fine la vendita sia solo una questione di prezzo. Quando si pensa che alla fine è solo questione di prezzo, tutto il resto diventa automaticamente superfluo. E’ incline a giustificare i propri insuccessi con la politica aziendale (che “non gli da i prezzi giusti”), la crisi economica o le caratteristiche dei prodotti che deve vendere. Non cerca i rimedi nell’ambito del proprio lavoro e delle proprie responsabilità e gli capita di pensare che la soluzione migliore sarebbe quella di cambiare azienda. In pratica ha un totale controllo esterno degli eventi. Si convince progressivamente che le cause dei suoi problemi sono esterne e che lui è soltanto una vittima, una persona sfortunata.

Un professionista con queste caratteristiche è destinato alla mediocrità.

La zona di comfort è la principale responsabile della naturale resistenza che ogni essere umano oppone al cambiamento. Un vecchio adagio recita “quando lasci la strada vecchia per quella nuova sai cosa lasci e non sai quel che trovi”.

La parte d’ignoto che è sempre presente nel cambiamento è all’origine dei sentimenti di dubbio, incertezza e timore. Quello che è certo è che, senza cambiamento, non c’è miglioramento.

Einstein affermava: “Se fai sempre le stesse cose, otterrai sempre gli stessi risultati. Se vuoi risultati differenti, devi fare cose differenti”.

Un’altra affermazione famosa è quella di Darwin “In un sistema in evoluzione non sopravvive la specie più forte, ma quella più capace di adattarsi ai cambiamenti”.

In questa prospettiva possiamo definire la ricerca dell’eccellenza come un’abitudine a mettersi in gioco per aggiornare continuamente verso l’alto il proprio livello di conoscenze e competenze. Pensate a un campione del mondo di qualsiasi specialità, per rimanere il numero uno deve continuamente allenarsi per mantenere e aggiornare il suo livello di abilità rispetto ai rivali. Deve continuare a essere quello che sbaglia di meno. Il giorno che non riesce più a farlo inizia il suo declino.

“Siamo ciò che facciamo ripetutamente. Pertanto l’eccellenza non è un’azione, bensì un’abitudine”. Aristotele

Tornando all’esempio del venditore, il venditore eccellente è quello che ha l’abitudine a:

  • Lavorare costantemente per obiettivi.
  • Programmare e pianificare con cura le proprie attività.
  • Misurare e assumersi costantemente la responsabilità dei propri risultati. Un venditore di questo tipo ha un totale controllo interno degli eventi. E’ convinto cioè che i suoi risultati sono il frutto del suo modo di operare e di pensare.
  • Lavorare con passione ed entusiasmo cercando continuamente nuovi stimoli e nuove sfide.
  • Mettersi continuamente in discussione per aggiornare e migliorare costantemente le proprie conoscenze tecniche e le proprie capacità relazionali.

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La comfort zone: vivere con il pilota automatico inserito

«Le ragioni dell’insuccesso consistono nel crearsi abitudini». Walter Horatio Pater

Tratto dal libro “Atteggiamenti mentali e azioni per il successo: come trasformare le ambizioni personali e professionali in risultati” di Gianluca Gambirasio e Claudio Scalco – FrancoAngeli 2012.

Durante la giornata le nostre azioni avvengono per oltre il 90% in una situazione di comfort zone, sono cioè azioni che compiamo in automatico: camminare, lavarci i denti, guidare l’automobile, mangiare, respirare, ecc. Tutte le volte che, mentre stiamo facendo qualcosa, la nostra mente è in grado di pensare ad altro, siamo in comfort zone.

Che cosa è esattamente la comfort zone?

Una definizione ci viene dalla Psicologia Comportamentale che definisce la comfort zone come: “La condizione mentale in cui la persona agisce in uno stato di assenza di ansietà, con un livello di prestazioni costante e senza percepire un senso di rischio” (Wikipedia: Alasdair A. K. White :“Teoria della comfort zone”)Si tratta quindi di una situazione di routine, di familiarità e sicurezza in cui ci si sente del tutto a proprio agio, senza percepire alcun rischio o minaccia.

Mi ricorda molto lo stato prenatale: abbiamo passato alcuni mesi senza nessuna preoccupazione, quasi in assenza di peso dolcemente sostenuti dal liquido amniotico. Nutriti costantemente e abbondantemente in automatico. Al sicuro dentro il pancione, coccolati dal ritmo cadenzato e rilassante del battito del cuore della nostra mamma. Abbiamo sentito voci calde e rassicuranti sussurrarci attraverso il pancione parole, o per meglio dire suoni che non potevamo capire, ma dal tono caldo e rassicurante. La crescita del nostro corpo e della nostra consapevolezza completamente automatica. Ogni esperienza sensoriale nuova, intrigante, interessante. E poi chissà quali altre sensazioni, sorprendenti, piacevoli, interessanti.

Poi un giorno “veniamo espulsi” da quello stato di perfetta “comfort zone”.

  • Sentiamo le urla della nostra mamma.
  • Ci sentiamo totalmente indifesi.
  • Cosa sta succedendo?
  • Perché sta succedendo?
  • Dove siamo?
  • Diventiamo pesanti.
  • I polmoni si riempiono di aria che ci da una sensazione di bruciore.
  • Qualcuno ci tiene per un piede, a testa in giù e ci da uno schiaffo sul culetto nudo e indifeso emettendo dalla bocca un suono che significa “benvenuto”!
  • Fa freddo.
  • Poi uno ci infila un ago nel piedino per prelevare il sangue.
  • Ci misurano, ci sbattono su una bilancia fredda per pesarci.
  • Ci appoggiano sul torace una specie di grosso bottone freddo per sentire il respiro e il battito del cuore.
  • Urliamo e piangiamo con tutta la forza dei nostri piccoli polmoni per chiedere aiuto, per segnalare il terrore che stiamo provando.
  • Ci diranno poi che il giorno in cui siamo nati è stato il giorno più bello della nostra vita….. se questo è stato il più bello come sono stati gli altri?

Quindi possiamo dire che la nostra nascita è stato il primo importante cambiamento della nostra vita.

Se è vero che il nostro cervello si programma e impara dalle nostre esperienze, e da automaticamente un significato a tutto quello che ci accade, cosa ha imparato con tutta probabilità il giorno in cui siamo nati?

  • Che stare nel pancione è bello e sicuro: vivere al sicuro col pilota automatico che si occupa di tutto è davvero comodo e piacevole.
  • Che il cambiamento può riservare sorprese terrificanti.
  • Se possibile, meglio non cambiare.

Poi inizia un altro periodo bello: ogni volta che abbiamo un bisogno, un desiderio, un fastidio e ci mettiamo a piangere, arriva qualcuno che cerca di capire di cosa abbiamo bisogno. Ci nutre, ci cambia (e questo si che è un cambiamento che ci piace tanto, forse l’unico) ci lava nella vaschetta con l’acqua calda, le paperette, sorride e parla come se fosse un deficiente, ma con un tono simile al nostro che ci rassicura. Se non dormiamo ci prende in braccio, ci culla, ci canta la ninna nanna, ci riempie di baci e di carezze, ci mette nel lettone.

Ma una notte per quanto piangiamo, non viene nessuno, e non ci portano più nel lettone con mamma e papà… cosa sta succedendo? Perché? Cosa abbiamo fatto?

Ecco un altro cambiamento che viviamo quasi sempre come sgradevole e angosciante: ci sentiamo inadeguati e confezioniamo i primi “sensi di colpa” che ci condizioneranno inconsciamente tutta la vita se non interveniamo opportunamente.

Ancora una volta il cambiamento si è rivelato doloroso. Quale conclusione è probabile si porti a casa il nostro cervello e il nostro inconscio? “Meglio non cambiare se la situazione attuale è sicura e accettabile”.

La cultura popolare ha coniato un proverbio a riguardo “Quando lasci la strada vecchia per quella nuova, sai cosa lasci, ma non sai cosa trovi”.

Il forte rischio della comfort zone è di applicarla a tutti gli ambiti della nostra vita col risultato di “addormentare” e inibire la nostra creatività e la voglia di migliorare, destinandoci alla mediocrità, alla noia e ai sensi di colpa che ne derivano.

“Ogni qualvolta vorrete sinceramente cambiare, la prima cosa che dovrete fare è di innalzare i vostri standard. Quando la gente mi chiede cosa cambiò veramente la mia vita otto anni fa, io dico loro che la cosa più importante in assoluto fu cambiare ciò che pretendevo da me stesso. Misi per iscritto tutte le cose che non avrei più accettato nella mia vita, tutte le cose che non avrei più tollerato, e tutte le cose che ambivo diventare.” Anthony Robbins

Il concetto di comfort zone applicato alla guida di un’automobile diventa:

  • A 1 anno ignoriamo di non sapere guidare un’auto e veniamo definiti: inconsciamente incapaci di guidare un’automobile.
  • A 10 anni siamo consapevoli di non sapere guidare un’auto e veniamo definiti: consciamente incapaci di guidare un’automobile.
  • A 20 anni siamo consapevoli di saper guidare un’auto e veniamo definiti: consciamente capaci di saper guidare un’automobile.
  • Dopo un certo numero di anni di guida guidiamo l’auto senza pensarci e veniamo definiti: inconsciamente capaci di saper guidare un’automobile.

Quando siamo inconsciamente capaci di fare qualcosa, siamo nella comfort zone, significa che facciamo quella cosa in automatico, prestando poca o nessuna attenzione. In quella situazione è il nostro inconscio che si occupa di tutto mentre la nostra parte cosciente si dedica ad altro.

Vi sarà capitato in autostrada di vedere qualcuno che, mentre guida, parla al telefono, invia un SMS, prende appunti, legge un quotidiano e/o mangia qualcosa e usa una sola mano per tenere il volante.

Oppure vi è successo di percorrere in auto qualche decina di chilometri e improvvisamente rendervi conto che per tutto il tempo avete prestato attenzione solo ai vostri pensieri e non vi ricordate nulla di quello che avete visto o sentito dalla radio accesa e magari avete perso il vostro casello di uscita o se una persona vi chiama e vi chiede dove siete non siete in grado di rispondere con precisione fino a quando incrociate il prossimo cartello segnaletico.

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