Eliminare gli alibi:"faber est suae quisque fortunae"

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Articolo tratto dal libro:

La montagna: una scuola di management
"La montagna: una scuola di management. La determinazione del singolo e della squadra sono le chiavi del successo sul K2 come in azienda" di Agostino Da Polenza (Presidente Everest-K2-CNR) e Gianluca Gambirasio, FrancoAngeli 2008
 

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12 Eliminare gli alibi:"faber est suae quisque fortunae"

«Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla» M.L.King

Un alibi è rappresentato dall’attribuire la causa di un insuccesso ad un fattore esterno non sotto il nostro controllo. Rappresenta una scusa, una giustificazione a qualcosa che non è andato nel verso giusto.
È molto più facile addossare la colpa di una disfatta a qualcosa che non dipende da noi, rispetto a chiederci cosa avremmo potuto fare di diverso per ottenere un risultato migliore.
Un po’ come quell’alpinista che non raggiunge mai la vetta lamentandosi per le condizioni meteo avverse, perché gli altri sono solo fortunati, perché il compagno di cordata era stanco o non all’altezza, perché la neve non era in condizione, perché le indicazioni che gli avevano fornito sulla via erano sbagliate, perché non c’erano sponsor, perché la spedizione era stata mal organizzata dal capo spedizione, perché gli altri non hanno collaborato, …
Ricorrere agli alibi rischia di far diminuire la nostra motivazione nello svolgere le attività. Abituarsi a non trovare mai alibi nelle sconfitte è un ottimo modo per pretendere sempre il massimo da noi stessi. Dopo aver cambiato squadra, Valentino Rossi consapevole dell’iniziale superiorità tecnica della Honda rispetto alla Yahama non ha passato le giornate a lamentarsi di avere a disposizione una motocicletta inferiore rispetto ai suoi avversari (alibi). Fin da subito ha dato il massimo di se stesso in ogni curva di ogni circuito per compensare tale divario e si è impegnato con il suo team per migliorare le caratteristiche tecniche del mezzo, riuscendo alla fine a vincere il campionato del mondo.
Dobbiamo abituarci a trasformare possibili alibi in sfide: appunto perché il mio avversario ha una moto più veloce della mia, darò il massimo di me stesso.
Uno dei classici alibi in ambito lavorativo è l’aggrapparsi al poco tempo che si è avuto a disposizione:

  • se avessi avuto più tempo… (alibi per il passato);
  • se avessi più tempo potrei… (alibi per il presente);
  • lo farò quando avrò più tempo… (alibi per il futuro).

Per imparare a gestire meglio il proprio tempo occorre eliminare dal proprio vocabolario la frase “non ho tempo” (e relativi sinonimi). Sempre e comunque non avremo tempo infinito a disposizione (possibile alibi), è appunto per questo che già da oggi eviterò di sprecarlo.

Ogni giorno, ogni mese, ogni anno abbiamo tutti la stessa quantità di tempo a disposizione, ma ognuno di noi lo impiega in maniera molto diversa con risultati molto diversi. Ogni giorno abbiamo sempre a disposizione 24 ore vale a dire 1140 minuti, vale a dire 86400 secondi. Il tempo passa inesorabilmente: 60 secondi al minuto, sempre e comunque 60 secondi al minuto. Il tempo passato non può ritornare, non è possibile immagazzinarlo, fermarlo e/o recuperarlo.
Anche Albert Einstein, Marie Curie, Galileo Galilei, Dante Alighieri hanno avuto a disposizione giornate di 24 ore eppure sono riusciti a raggiungere risultati prestigiosi. La causa di mancati obiettivi non va ricercata nella carenza di tempo avuto a disposizione ma nel come si sono scelte ed effettuate le attività.
Non abbiamo bisogno di più tempo, ma di utilizzarlo nel modo migliore. Per ricavare di più dal nostro tempo possiamo imparare a vivere "qui" ed "ora", per dare più valore al nostro tempo e di conseguenza alla nostra vita.
Mi ricordo di un aneddoto che mi fu raccontato durante un corso di formazione. C’erano due fratelli, molto simili fisicamente ma molto diversi caratterialmente. La loro famiglia di origine era povera e con diverse problematiche. Il padre era alcolizzato e disoccupato, la madre era scappata da casa e vivevano nella più assoluta miseria. Non ancora compiuti i dieci anni entrambi i fratelli vennero affidati ai servizi sociali. Una volta diventati adulti, uno dei due fratelli divenne un noto professore universitario, con un felice matrimonio e due figli (di cui uno adottato). Visse molto serenamente e si dedicò anche a numerose attività di volontariato per le persone meno fortunate della propria città. Suo fratello invece finì diverse volte in carcere per rapina a mano armata e per associazione a delinquere e diventò anche un tossicodipendente. Uno psicologo volle studiare il caso di questi due fratelli con la stessa origine ma con due destini così profondamente diversi. Di fronte alla domanda “Come mai hai fatto tutto questo nella vita?” entrambi i fratelli risposero nello stesso modo: “Con una famiglia di origine come la mia, cosa avrei potuto fare di diverso nella vita”.

 

 

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