Intervista ad Agostino Da Polenza Alpinista

montagne

Articolo tratto dal libro:

La montagna: una scuola di management
"La montagna: una scuola di management. La determinazione del singolo e della squadra sono le chiavi del successo sul K2 come in azienda" di Agostino Da Polenza (Presidente Everest-K2-CNR) e Gianluca Gambirasio, FrancoAngeli 2008
 

Libro

IBS

4c Intervista ad Agostino Da Polenza Alpinista

 

      • Cosa può fare un alpinista che desidera diventare noto al grande pubblico?

    Dirlo ora mi è più facile. Ma forse al grande pubblico piacevano e piacciono le sfide, gli uomini che le accettano e le vincono. Se c’è un pizzico di drammaticità, meglio.
    Ma la tragedia  fine a se stessa è spesso controproducente, a volte devastante sul piano personale di chi ne è coinvolto e la usa.
    Lo dico perché voglio sgombrare subito il campo dal dubbio di cinismo e sensazionalismo che facilmente si tiene con l’orribile, il trash.
    Quindi la materia prima deve esserci e deve essere buona. Una montagna, meglio se alta, mitica, che evoca la sfida. Una via difficile, magari innovativa, magari una classica da affrontare in tempi o modalità/stile innovativi. Alcune regole del gioco da rispettare e da porre come paletti all’interno della sfida come la rinuncia all’ossigeno, o di portatori oltre il campo base. La rinuncia totale o parziale di campi di corde fisse.
    Dagli anni ‘80 con Quota 8000 abbiamo cercato di portare le notizie in diretta alle radio prima e poi alla televisione, inviare fotografie e filmati alle testate giornalistiche. Accettare di parlare con i giornalisti che telefonano al base o in parete, insomma accettare di comunicare. Avere un ufficio stampa o una persona che ti segue durante l’impresa ma anche nelle fasi di preparazione e nel dopo. La professionalità del responsabile stampa, del fotografo, del cineoperatore e montatore il più elevata possibile paga, certo, ma costa. E questo obbliga a cercare le risorse e economiche o comunque i mezzi anche per far funzionare l’apparato della comunicazione e dei ritorni, indispensabili, che gli sponsor chiedono. Non mi è mai capitato nella mia lunga carriera di trovarmi di fronte a sponsor che abbiano chiesto cose o posto condizioni che potessero essere nocive per la sicurezza degli alpinisti. Gli alpinisti, talvolta per scrupolo, fanno l’ultimo tentativo, quello che serve per vedere se la chance del 5% può essere giocata e comunque serve per recuperare i materiali in parete. Talvolta, come accadde a Renato Casarotto al K2 nell’86, questo ultimo scrupolo può essere fatale.
    La simpatia, la cultura o comunque l’esperienza, la capacità di parlare in pubblico, di relazionarsi con stampa e sponsor fanno il successo pubblico e commerciale di un alpinista. Ma la materia prima deve essere tecnica e creatività alpinistica e la sua credibilità.

     

      • Quali sono i principali cambiamenti avvenuti tra l’alpinista della fase pionieristica e l’alpinista moderno?

    Giuseppe Petigax, guida di Courmayeur, ha partecipato a quasi tutte le spedizioni del Duca degli Abruzzi. Sapeva fare il suo mestiere e a cavallo tra ‘800 e ‘900 ha saputo essere un’ottima guida, girando e conoscendo il mondo, salendo con maestria montagne e servendo il suo cliente.
    Gervasutti e, più avanti, Comici incarnano invece il piacere e l’ambizione sportiva di salire una via, del gusto estetico e sportivo del gesto e della prestazione atletica, certo non mancavano la grande montagna, la strapiombante parete di cui si “era innamorati”.
    Ancora oggi chi sceglie di fare l’alpinista, sia esso sportivo (anche se le tendenze attuali tendono a diversificare e quasi negare il dna alpinistico dell’arrampicata su parete artificiale e indoor) o facendo la guida, o l’himalaysta, esplorativo o di massa, cerca di farlo al meglio dei suoi mezzi. I rischi sono troppo elevati per improvvisare. Certo sull’Everest c’è una pletora di imbecilli senza arte nè parte che annualmente, sospinti da sherpa e ossigenati a gogo, tentano la montagna. Con qualche giorno di bel tempo sono talmente in tanti al campo base che una certa percentuale riesce persino a toccare la cima per tornare nel proprio ufficio di Milano, Miami o Hong Kong per annoiare a morte i colleghi con l’infinito racconto della mitica Impresa. Se pensiamo che si va in televisione per essere stati alle Maldive o sul lago Titicaca e che ognuno di noi è in cerca disperatamente del suo minuto di celebrità, riconoscimento e celebrazione, allora il fenomeno non è per nulla sorprendente. Sorprendente è che i veri professionisti stiano svalutando in modo così massiccio il valore del loro bene: la montagna.
    Come una volta, oggi il vero alpinista deve essere in grado di costruire il suo percorso alpinistico che comunque deve avere qualche elemento di originalità e creativa innovazione. Sono i tempi realizzativi che cambiano e i mezzi. Chi è creativo e ha spirito di intraprendenza ha delle chance di emergere e di trovare la sua strada, non sarà forse il più bravo e il primo, ma ci proverà e comunque è sempre meglio che “lavorare”.

     

      • Quanto incide la scelta dell’attrezzatura e dei materiali per il successo di un’ascensione? Che consigli daresti ad un alpinista nella scelta dell’attrezzatura e dei materiali?

    Molto. È fondamentale poter contare su un’ottima attrezzatura. Abbigliamento, attrezzatura tecnica alpinistica, attrezzatura per i campi e il base, attrezzatura per la comunicazione devono essere efficienti e funzionare. Questa è la parte più difficile. Spesso le spedizioni diventano esse stesse momenti di progettazione, collaudo e verifica di attrezzature. Sul G1 mi trovai a percorrere una nuova via con delle piccozze le cui becche si piegavano. Al K2 mi sono capitati ramponi le cui punte si spezzavano.
    Le grandi case solitamente sono ben attrezzate e sicure. Ma l’esperienza personale conta tantissimo. Chiedere e poi ancora chiedere pareri.

     

      • Quali sono i pro di salire le montagne in solitaria invece che insieme ad altri alpinisti?

    La sfida in solitaria è un modo particolare di affrontare una montagna. Bisogna esserci portati, per una scelta tecnica estrema e affascinante o per misantropia. Casarotto era un grande solitario e credo che la sua scelta dipendesse da un lato dalla necessità di dare valore e drammatizzare salite che già erano al limite, dall’altro che semplicemente preferiva essere solo che mal accompagnato. Più facile e più veloce, e forse anche meno rischioso, prendere decisioni che riguardano solo se stessi. Più facile a mio parere sbagliarsi (due o più pareri sono meglio di uno) e incorrere in incidenti irreparabili. E poi, ma questa è la mia storia, è bellissimo condividere con un amico l’arrivo in vetta, la discesa, il campo base. Ma questo, come dicevo, è il mio parere.

     

      • Quando affronti un’ascensione insieme ad altre persone, cosa sei disposto a dare ai tuoi compagni e cosa invece ti aspetti da loro?

    Gianni Calcagno diceva sempre che sopra gli ottomila sei solo con te stesso. Non poi dare né pretendere aiuto da qualcuno. La storia dell’alpinismo e delle tragedie alpinistiche gli da in buona parte ragione. Anche le recenti tragedie occorse sull’Everest, la montagna più popolata, basti pensare che nel 2007 si è di nuovo battuto il record di salite in cima nella stagione con 350 presenze e quindi c’è da supporre che gli alpinisti impegnati sulla montagna da nord e sud fossero almeno il triplo, ebbene difficilmente si riesce a soccorrere gente che abbia un incidente o che stia male in altissima quota. È capitato all’amico Piantoni e al neozelandese David Sharp, morto mentre alpinisti e sherpa gli passavano davanti mentre tentavano di salire o scendevano dalla cima. È certo che lassù vi è una grande difficoltà a diagnosticare il livello di guai nel quale uno si trova, e quindi si va oltre; poi c’è l’enorme precarietà in cui anche quelli che stanno bene si trovano, un equilibrio psicofisico estremamente precario, l’impossibilità di perdere tempo e energia pena non solo la drastica riduzione delle possibilità di successo ma anche la messa a rischio della proprio sicurezza. Insomma, una tale mole di ragioni forti si contrappongono al dovere morale del soccorso, lavorando per il far finta di niente che questo è prevalentemente quello che accade. A volte, come capitò a Simone Moro e Gnaro Mondinelli al Lhotse, se le ragioni dell’intervento e la tensione umana e morale superano quelle contrarie si pianta tutto per soccorre il malcapitato, nel caso Mr. Sharp, che era scivolato in discesa sotto il canale finale del Lhotse. L’accompagnamento in sicurezza da parte di Simone fu certo facilitato dalle non pessime condizioni dell’infortunato che camminava ancora con le sue gambe. Una cosa che in ogni caso capita raramente, anche quest’anno con il bergamasco Epis soccorso da un gruppo di russi, l’azione generosa si è riproposta ma con contorni, anche qui, che lasciano intendere che l’alpinista bergamasco fosse in pratica vicino al campo o addirittura nella sua tenda e quindi l’azione di soccorso era da ritenersi anche tecnicamente possibile e poi i russi la vetta l’avevano già raggiunta e probabilmente avevano ancora qualcosa da spendere. Sembra estremamente cinico questo discorso ma è esattamente quello che accade. Tutto è inquadrato in un preciso gioco di convenienze e di forze che si eludono e hanno il sopravvento le une sulle altre determinando la realtà dei fatti. Ancora una volta l’himalayismo diventa il paradigma figurato ed estremamente trasparente e leggibile della vita comune. Proprio perché la lettura dei valori, dei premi e delle punizioni ha contorni estremamente delineati e non confondibili.

     

      • Hai conosciuto moltissimi alpinisti nella tua carriera. Cosa hai fatto per consolidare i rapporti interpersonali con quelli di cui hai avuto stima? 

    Sì, certo. Cassin, Detassis, Aste, Bonatti, Messner, Manolo, Mauri, Maestri, Compagnoni, Lacedelli, Chamoux, Desmaison, Calcagno… fino a Simone e ai più giovani.
    Sono sempre stato affascinato dai grandi vecchi, sono quelli che hanno preso per mano l’alpinismo e lo hanno fatto progredire. Ho cercato di rubare loro lo spirito del loro alpinismo perché avevo capito fin dall’inizio che non erano i tecnicismi, anche i più sofisticati, a fare la differenza e l’avanzamento tecnico culturale estetico delle diverse forme di andare e salire montagne e pareti. Era lo spirito di ognuno, la capacità e il gusto di diventare talmente bravi da osare oltre. Era l’adrenalina della consapevolezza del limite violato, dell’esplorazione estrema. Questa consapevolezza ti dà e dà loro una sicurezza e un carisma indubbi.
    Nei confronti di tutti questi uomini il rapporto è sempre stato di grande ammirazione e rispetto. Senza sconti però. Credo che grazie alla mia in definitiva modesta vita alpinistica e - mi sia consentito - alla più ponderosa carriera manageriale con la montagna al centro o sullo sfondo, mi sia guadagnato la possibilità di giudicare. E così l’ammirazione si è sempre accompagnata alla considerazione oggettiva, alla valutazione degli episodi e della complessità delle carriere.
    Insomma, una visione disincantata dell’alpinismo e dei suoi personaggi.
    Ciò accade sia per i grandi sia per i molti bravi alpinisti che ho incontrato. Scrissi una volta che tutti siamo bravi se valutati rispetto ai nostri limiti e se ci impegniamo per superarli. E dunque tutti hanno diritto di stima, come tutti possono e devono essere valutati e criticati - tecnicamente è ovvio - mai si dovrebbe ricorrere agli attacchi personali anche se, talvolta, può capitare di esserne vittima o di farne. Cerco con grande impegno di evitarli anche se, per farlo totalmente, bisognerebbe sempre frammezzare la riflessione prima di una reazione verbale.
    Relazione molto piacevole e gratificante l’ho sempre avuta con i giovani alpinisti o i neofiti di un particolare ambiente. Mi è sempre piaciuto rischiare su qualcuno. L’ho fatto con Benoît Chamoux e Simone Moro, con Karl Unterkircher e Marco Confortola, con Abele Blanc e Alex Busca, con il gruppo di UP.
    Mi sono guadagnato per questo un’autonomia e un’indipendenza di giudizio sia rispetto all’alpinismo che praticano, sia dal punto di vista delle loro doti e capacità umane, culturali.
    La conseguenza è che spesso esprimo bruscamente dei giudizi, insomma, che cerco di parlare chiaro. Odio l’ipocrisia e l’inettitudine e questo mi porta a reagire duramente nei confronti di chi, molti nell’alpinismo, soprattutto quello istituzionalizzato, induce in queste attitudini. So che uno dei difetti dell’alpinismo e dei limiti odierni della sua comprensione è la poca chiarezza nella possibilità di valutare le imprese da parte del pubblico e dei media. Odio pertanto i furbacchioni, gli impostori, gli elusori. Non amo nemmeno troppo la retorica dell’alpinismo drammatico ed eroico, anche se mi rendo conto che quello era e sarebbe ancora una chiave di successo.
    Ora, tornando alla domanda: ho un buon rapporto con i buoni alpinisti. Mi piacciono e cerco di aiutare i giovani nella speranza esca fuori qualcosa di buono e innovativo.

     

      • Quali possono essere delle situazioni che determinano dei conflitti all’interno dei componenti di una cordata?

    L’ambizione e i soldi. Due cose buone ma da maneggiare con cura. L’eccesso di ambizione può essere un grande motore ma se va fuori giri può portare a sovrastimarci e di conseguenza a prendere decisioni e avviare azioni estremamente pericolose per noi, per il gruppo del quale facciamo parte, per il risultato dell’impresa. Chi si sovrastima in questo modo confligge inevitabilmente con i compagni di cordata nella scelta delle strategie e nella attuazione delle stesse, incrina la stima sua nei confronti degli altri e mette a repentaglio la loro nei suoi confronti. Avvia in definitiva una spirale perversa di negatività che c’è solo da sperare che si fermi all’insuccesso alpinistico. Nel caso bisogna fermare subito la spirale. Bisogna chiarire i ruoli e, se ancora non funziona, eliminare la causa del problema prima che faccia male a se stesso e agli altri. I soldi, e con essi i costi che ognuno sopporta, il valore diverso che il denaro ha per ognuno, la perdita che comporta l’insuccesso, a nessuno piace buttare i soldi, o il guadagno ipotetico in caso di riuscita personale. Quando uno gioca in gruppo una partita per il proprio portafoglio rischia di sbattere il muso sul ghiaccio vivo perché inciampa. Ben altre devono essere le motivazioni di fondo, poi anche quella della gratificazione economica.

     

      • Durante un’ascensione, hai mai avuto un acceso diverbio con un tuo compagno di cordata? Descrivici l’accaduto e cosa hai fatto per gestire positivamente la situazione?

    No! In montagna, cioè oltre il campo base, quindi in azione, non ho mai litigato furiosamente con un mio compagno di spedizione. L’alpinismo è in definitiva uno sport lento. Ti consente la riflessione, la valutazione delle scelte è diluita. E quando le scelte andavano fatte in tempi brevissimi devo dire che per fortuna ho preso io le decisioni condivise da altri oppure ho condiviso io le altrui decisioni. Ma quando la condivisione avviene non c’è e non ci deve essere spazio per ripensamenti. Solo fatti innovativi e significativi possono far ripensare decisioni in corso d’opera.
    Ho avuto un diverbio con Pierangelo Zanga al K2, nel 1996, e gli ho chiesto di lasciare la spedizione di tornare a casa. Pensava di potersi impegnare alpinisticamente dopo il tracollo dell’anno prima al G1. Stava mettendo a rischio la sua vita, la nostra e il risultato. Non se ne rendeva conto, spalleggiato anche da Calcagno che era un duro, ma non così tanto come voleva far sembrare. Pierangelo non mi parlò per un paio d’anni, poi ridiventammo amici.
    Ma di norma cerco di parlare pacatamente con la persona o le persone con le quali sono in aperto contrasto, anche solo momentaneo. Cerco di capire se ci sono degli spazi di negoziazione. Se non se ne esce, assumo unilateralmente le decisioni possibili ma utili per risolvere o uscire dalla situazione. È accaduto al K2 in occasione della spedizione del 50°, quando mi sono trovato di fronte alla spedizione che gli Scoiattoli di Cortina, alcuni dei quali carissimi amici, avevano affidato per l’organizzazione e per l’attuazione allo svizzero Kari Kobler. Arrivato al campo base, dopo che i miei uomini lo avevano già montato e stavano già salendo al campo due, mi sono sentito chiedere dallo svizzero un pagamento per il lavoro che lui aveva fatto attrezzando la parte bassa del K2. Non intendevo pagare, anche perché ero certo che il lavoro che avremmo fatto noi nella parte terminale avrebbe compensato largamente quello degli altri e poi detesto le spedizioni commerciali. Se voleva poteva toglierle quelle corde ma se le lasciava le avremmo usate. Si era sempre fatto così sulle montagne. Lo svizzero sobillò gli ampezzani e le altre spedizioni. Me ne feci un baffo andando avanti con la mia spedizione con i nostri uomini che alla fine raggiunsero la vetta, consentendo anche agli altri il successo. Tutti avevano contribuito al successo. Noi, gli spagnoli che ci prestarono delle tende all’ultimo campo e con i quali forzammo verso la vetta e che poi salvammo lungo la via del ritorno. Anche gli ampezzani e i loro sherpa avevano dato un ottimo contributo attrezzando la parete fino a 7000 metri. Ma la battaglia dei nervi e la polemica fu dura al campo base. E si trascinò poi per mesi, anche perché noi salimmo il K2 senza ossigeno, loro scelsero il contrario e francamente non fu la loro una scelta degna della celebrazione del 50° del K2 da parte di un gruppo di èlite dell’alpinismo mondiale.
    Gestii la questione con la forza del sapere di aver ragione. Consapevole che noi eravamo i più forti sul piano fisico, tecnico e dell’esperienza. Dovevamo gestire con calma e razionalità la nostra potenzialità e il vantaggio senza farci trascinare in bagarre o disperdere energie. Loro alla fine stavano facendo i clienti di una spedizione commerciale. Anche se alla fine avevano ottenuto in ogni caso un risultato d’immagine che andava riconosciuto. In ogni caso entrambi avevamo giocato una partita importante in termini di comunicazione, noi avevamo cercato di fare il gioco della chiarezza e trasparenza anche rispetto all’uso dell’ossigeno, loro avevano scelto la vetta con l’ossigeno e gli sherpa portati dal Nepal. La forza dei fatti era la nostra forza e così siamo andati avanti senza farci intimidire. Se l’UIAA dovesse decidere, come accadrà, di riconoscere solo i successi senza ossigeno, saremo noi a comparire in quell’elenco in occasione della celebrazione del 50°, e questo è un peccato.

20

+

anni di esperienza

50

+

formatori

250

+

tipologie di corsi

500

+

aziende Clienti

7500

+

corsisti formati