Intervista ad Agostino Da Polenza Alpinista

montagne

Articolo tratto dal libro:

La montagna: una scuola di management
"La montagna: una scuola di management. La determinazione del singolo e della squadra sono le chiavi del successo sul K2 come in azienda" di Agostino Da Polenza (Presidente Everest-K2-CNR) e Gianluca Gambirasio, FrancoAngeli 2008
 

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4e Intervista ad Agostino Da Polenza Alpinista

 

          • Come vivi e affronti i rischi e i pericoli della montagna?

        Sentendone l’odore. Dedicando loro il giusto tempo per interpretarli, per dare loro un significato che li colloca in una prospettiva temporale e spaziale. Se lo vedi, il pericolo, lo eviti.

         

          • Quali consigli daresti ad una persona che va in montagna per sentirsi più sicuro ed avere meno paura?

        Gli direi di continuare ad aver paura ma di imparare a dominarla. Bisogna governare se stessi e gli eventi.

         

          • Diverse volte nella tua carriera alpinistica hai vissuto esperienze tragiche, cosa ti ha dato la forza di andare avanti e di continuare a vivere la montagna?

        Se faccio conto del numero degli amici che ho perso durante la mia vita alpinistica e di manager dell’alpinismo, delle volte che per un obiettivo ho messo a repentaglio la mia sicurezza – e questo lo si analizza molto meglio con il passare degli anni e man mano che il tempo assorbe le emozioni e lascia integri i fatti – allora mi dico che la mia passione per la montagna, la voglia di riuscire nelle sfide della mia vita e di fare qualcosa che rimanesse nel futuro, l’ambizione personale e sociale, l’orgoglio di lasciare una traccia nella storia seppur marginale come quella dell’alpinismo, e forse anche in quella della ricerca scientifica, la fiducia che altri riponevano nelle mie capacità e l’orgoglio di non tradire le mie e loro aspettative. Il coraggio e la conoscenza che mentori come Desio mi hanno trasmesso, i risultati ottenuti man mano… ecco, tutto questo è stato più forte dello sconforto di perdite umane grandi. Forse anche la consapevolezza che l’alpinismo e questo mestiere ti danno, che comunque di qualcosa bisogna pur morire e che un tumore, un incidente automobilistico sono una grande probabilità… camminano sempre al nostro fianco e che forse la vita va affrontata, gestita ma anche accettata.

         

          • Quale è il tuo prossimo sogno alpinistico? Perché?

        Un sogno? Quello di vedere l’alpinismo riconosciuto di nuovo come uno sport che appassiona . Perché ciò accada non basta una spedizione , per esempio in inverno al K2 con grande seguito mediatico. Serve un progetto pluriennale, servono risorse, serve un nuovo approccio da parte delle organizzazioni alpinistiche internazionali. Ma se le prime due condizioni sono possibili, anche se difficili da realizzare, la terza è pressoché impossibile e solo la soddisfazione delle prime due potrebbe trainare forse la realizzazione della terza.

         

          • Che cosa ti ha insegnato la montagna per la vita di tutti i giorni?

        Tutto. Dalla nascita alla morte. Dall’amore alla disperazione che solo l’amore supera. Mi ha insegnato il bello e quanto anche il terribile e l’orrido possano essere attraenti e affascinare. Mi ha insegnato a non dar mai nulla per scontato e a sorprendermi di ogni cosa che la natura e l’umanità ci offrono. Che l’eccezionalità di un progetto, come di una giornata sono l’insieme di momenti di vita, la maggior parte ordinari. Salendo verso una cima mi sono spesso trovato a contare i passi tra una pausa e l’altra: “48… 49… 50…”, la fatica dei muscoli duri, dei polmoni vuoti che si riempiono avidamente, la litania dei numeri che contano i passi per distogliere il cervello dal dolore della fatica. Ecco, questi sono i gesti che ti portano in cima ad una montagna. La capacità, la forza di mettere un piede dietro l’altro. Null’altro… Sembra semplice.

         

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