Intervista ad Agostino Da Polenza Capo Spedizione

montagne

Articolo tratto dal libro:

La montagna: una scuola di management
"La montagna: una scuola di management. La determinazione del singolo e della squadra sono le chiavi del successo sul K2 come in azienda" di Agostino Da Polenza (Presidente Everest-K2-CNR) e Gianluca Gambirasio, FrancoAngeli 2008
 

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6a Intervista ad Agostino Da Polenza Capo Spedizione

 

«Scegli la strada in salita, è quella che ti porterà alla felicità». Jean Salem

  • Descrivici come è composta normalmente una spedizione e i relativi ruoli e mansioni dei partecipanti

 

Se parliamo strettamente delle persone che fanno parte di una spedizione, per esempio al K2 o all’Everest per una via nuova, o al Dhaulagiri, con una probabilità attorno al 65% di arrivare in cima, credo che si debba partire dalla squadra degli alpinisti.
Direi che il numero ideale è da 6 a 10. Un terzo di chi parte normalmente va in crisi per questioni di salute o di esaurimento psichico o semplicemente perché non è in forma o, in caso di neofiti, non è adatto all’alpinismo d’alta quota. Del resto solo un terzo arriva all’attacco finale della vetta con vere possibilità di farcela. Il terzo intermedio sono gli alpinisti che, per generosità o mancanza di tenuta sulla distanza, mollano. C’è ovviamente una parte rilevante attribuibile alla fortuna, un tentativo interrotto dal cattivo tempo e il ritorno repentino del bello preclude di solito a chi è appena tornato al campo base una possibilità di riuscita, nel caso voglia comunque tentare.
Sotto i 6 è difficilmente attuabile una strategia che ottimizzi il perseguimento di un risultato positivo; sopra i 10 il rischio è che la squadra sia difficilmente gestibile. Per imprese complesse si potrebbe pensare di arrivare a 14, massimo 16 persone. In questo caso la necessità di un capospedizione o comunque di una persona che autorevolmente possa fare la sintesi delle opinioni di tutti e dettare il passo e la logistica della spedizione è assolutamente necessario. Può essere un alpinista attivo sulla montagna o preferibilmente, se il numero di persone è elevato, un alpinista di esperienza che stia al campo base in contatto con tutti gli uomini sulla montagna. Mi direte che anche le piccolissime spedizioni o quelle commerciali non hanno questa struttura. Non è vero, ce l’hanno le prime, ma dissimulata e spesso molto poco efficiente. C’è sempre la persona di riferimento ma si preferisce far finta che non esista e questo non consente una palese assunzione di responsabilità individuale e di gruppo da parte di alcuno. Il rischio è evidente, sia per il successo sia per la sicurezza.
Nel caso di spedizioni commerciali c’è un capo che si occupa della logistica, degli sherpa e dei clienti. La responsabilità è riferita certo al successo, che gratifica il singolo cliente, o all’impedire che accadano incidenti. Ma ognuno nel gruppo è padrone della propria azione, ognuno è individualmente separato dall’altro. La responsabilità dei singoli nei confronti degli altri è nulla, anzi, spesso si innesca un meccanismo di concorrenza e competizione, non alpinistica, sportiva (eticamente regolata dal principio di lealtà) ma concentrata sulla logistica (l’elemento in comune) e quindi sull’accaparramento della tenda migliore, del cibo, sull’utilizzo di portatori o dell’ossigeno.
Una spedizione classica esalta l’individualità ma nell’ambito della capacità di portare un contributo al gioco di squadra. La responsabilità del risultato è in capo ad ognuno, così come quella della sicurezza. È bene e necessario che ognuno degli alpinisti impegnati per salire una via e raggiungere una vetta abbia il massimo delle possibilità di esprimere ogni sua potenzialità, di trarre il massimo risultato individuale dalla sua prestazione, sia in termini alpinistici che di gratificazione professionale. Questa è l’indispensabile premessa per il successo collettivo. Non l’amicizia, sentimento raro, ma l’interesse individuale e collettivo portano in vetta. Su questa base possono nascere grandi amicizie.
Prendiamo ad esempio una squadra di 8 alpinisti più il capospedizione.
Gli otto dovranno essere composti possibilmente da almeno tre elementi di grande esperienza su ottomila e con capacità alpinistiche individuali e di grande affidabilità e valore, tre gregari in grado di arrivare in vetta e due “giovani” o comunque gregari che, se tali si dimostrano, possono essere utili a lavorare nelle retrovie per garantire e supportare chi è davanti. Nel caso tra i gregari si verificasse che uno o più soggetti sul terreno dimostrassero doti da primi è importante che la strategia si modifichi in modo da garantire anche a loro una possibilità.

 

  • Quali obiettivi si prefiggono normalmente le tue spedizioni?

 

La vetta! Se è l’obiettivo è chiaro il risultato è più vicino, le strategie le azioni per perseguirlo sono altrettanto chiare. Bisogna studiare, impegnarsi per conoscerle e applicarle nel modo più efficace possibile. Una nevicata può essere interpretata in molti modi: pericolo mortale di valanghe; occasione di interrompere un’azione per riprendere fiato e riorganizzarsi in attesa del bel tempo; l’opportunità di miglioramento delle condizioni del terreno di salita… Ma se la vetta è l’obiettivo ogni accadimento naturale o umano deve essere metabolizzato e trasformato in opportunità, quindi anche una “noiosa” nevicata. L’obiettivo principale, poi, spesso convive con obiettivi secondari ad esso interdipendenti, come la necessità di comunicare, di promuovere sponsor o, ancor più complesso, di realizzare programmi collaterali di ricerca scientifica. Questi, se interpretati correttamente, anziché essere un freno, un qualcosa di aggiuntivo che limita la parte alpinistica, possono essere - come è capitato in occasione dei 50 anni del K2 - preziosi per attivare a livello individuale e collettivo motivazioni forti e talvolta maggiori di quella della vetta. È capitato nel 2004 che tre nostri alpinisti, che sono arrivati sull’Everest senza ossigeno, lassù in cima si sono messi a lavorare e fare misure geodetiche per quasi due ore. Un fatto eccezionale per il risultato e per l’azione in sé, ottenibile solo con la presenza di una grande motivazione, più grande dell’Everest che stava loro sotto i piedi.

 

  • Quali sono le principali attività che svolgi per pianificare ed organizzare una nuova spedizione?

Un’analisi dettagliata dell’obiettivo, della montagna. La sua fisica, la natura, la meteorologia, la statistica, la storia alpinistica, le eccezionalità. Insomma, la montagna bisogna conoscerla come casa propria. Poi la squadra adatta per quella montagna, per quella sfida. Uomini motivati che possono e sono disposti a concentrarsi sulla montagna, sulla necessità di mettere le proprie capacità al servizio di se stessi e della squadra. Che sono simpatici quanto determinati. Insomma una buona squadra, fatta di uomini che non mollano mai. Conoscerli anche nella vita privata e nelle motivazioni è importante, capirli e gratificarli. Ascoltarli e costruire con loro il successo, proteggerli sempre in modo che la parte alpinistica sia ciò a cui si dedicano principalmente. C’è poi la parte logistica, spesso complessa, soprattutto con spedizioni di un certo peso. Significa organizzare il viaggio, i portatori di bassa quota e il trekking, il campo base e i rifornimenti, le comunicazioni tra alpinisti e i campi, l’energia elettrica, gli impianti di telecomunicazione, la salute e la sicurezza. C’è la parte fondamentale dell’informazione e comunicazione, della gestione o soddisfazione delle esigenze e degli impegni contrattuali con gli sponsor.
Infine una simulazione delle emergenze che possono accadere e dei modi per affrontarle. Ogni campo base e ogni montagna ha delle sue caratteristiche che devono essere conosciute in caso di emergenza. Dal numero telefonico dell’Ambasciata e di chi chiamare con il telefono o la radio, a come intervenire sul posto, alla disponibilità di evacuare i feriti con l’elicottero.
C’è infine una questione molto delicata. Se parti per il K2, che sai che statisticamente infligge un morto ogni quattro persone che raggiungono la vetta, allora devi pensare a chiedere ad ognuno cosa vorrebbe fosse fatto del suo corpo in caso di disgrazia mortale. C’è la parte assicurativa e delle relazioni con i familiari. Questioni che non è facile affrontare ma che bisogna siano chiare, altrimenti si rischia di mettere nei guai i compagni di spedizione e i propri e loro familiari.

 

  • Quali sono le principali differenze tra una spedizione organizzata bene e una organizzata male?

Una ben organizzata cerca di raggiungere l’obiettivo in modo creativo e leale sul piano sportivo (senza ossigeno, ad esempio). Offre a tutti un’opportunità di esprimere al meglio le proprie capacità. Offre agli alpinisti condizioni ottimali per esprimersi nella parte alpinistica vera e propria, dal campo base alla vetta e ritorno.
Una organizzata male non ha una guida; ha alpinisti che, pur essendo in gruppo, agiscono solo come individui; ha carenze sul piano logistico e organizzativo. Non ha motivazioni comuni, tantomeno condivisione di valori che possono essere anche patrimonio individuale ma non diventano capacità collettiva di lavorare insieme.

 

  • Cosa fai per definire e limitare i budget di spesa?

 

Difficile questione. Va certamente fatta una previsione preventiva dei costi. Un budget  serio e severo è la base da cui muovere. Per contro bisogna stare attenti a non risparmiare in modo esagerato tanto da render improbabile il raggiungimento dell’obiettivo. Una prenotazione aerea a date fisse può far risparmiare qualche centinaio di euro ma ti impone insani e rigidi limiti temporali. Quanti incidenti mortali sono accaduti perché l’aereo sarebbe partito entro pochi giorni e perché di conseguenza è stato fatto in condizioni sfavorevoli l’ultimo e poi tragico tentativo. Forse all’alpinismo - come auspico da anni - serve più sviluppare la capacità di diventare uno sport appetibile per gli sponsor e riuscire a raccogliere quelle minime risorse necessarie per realizzare imprese con buone possibilità di successo e sicurezza. Fa piacere che recentemente, ad una conferenza stampa per la partenza di Gnaro Mondinelli per l’ultimo suo 8000, si sia finalmente detto unanimemente che gli sponsor fanno bene all’alpinismo e che lo sponsor chiede non rischi ma sicurezza e nessun incidente. Per anni sono stato attaccato per aver affermato questa banale verità.
È importante impiegare le risorse adeguate per la riuscita dell’impresa, se non lo si fa si va incontro con grande probabilità al disastro.

 

  • Quali sono i criteri che adotti nel selezionare i componenti della spedizione?

L’esperienza per alcuni e il rapporto di la fiducia con il capospedizione, poi la motivazione forte, l’ambizione, la capacità tecnica provata. La capacità di lavorare in gruppo. Il senso di responsabilità, la capacità di assumere rischi calcolati e prendere decisioni. Generosità, tolleranza. Difficile trovare uomini così? Forse, ma meno di quanto si possa pensare. A volte, per ottenere il meglio da un uomo, è sufficiente metterlo nelle migliori condizioni per esprimersi. E questo è il compito del capospedizione.

 

  • Come effettui la scelta e la selezione dei partecipanti?

Guardandomi in giro, leggendo le spedizioni degli ultimi 3/5 anni, chiedendo a persone, alpinisti di cui mi fido. Telefono, li vedo, ci parlo, poi decido. I peggiori risultati si ottengono quando ci sono imposizioni o pressioni esterne (da una grande associazione alpinistica o dalla comunità locale) che impongono un nome. M’è capitato, anche se raramente, di cedere e sempre me ne sono pentito.

 

  • Cosa ti aspetti da ogni componente della spedizione?

Lealtà e che dia il massimo per l’obiettivo. Se poi è intelligente, culturalmente stimolante, sensibile anche ad aspetti come la comunicazione e l’informazione, il più è fatto. Sarà ricambiato di altrettanta lealtà. Sono convinto che sia necessario “amare” l’alpinista e il gruppo con il quale condividi l’avventura di un progetto alpinistico.

 

  • Cosa offri, che supporto dai ai componenti della spedizione?

Intanto la partecipazione gratuita al progetto e alla spedizione alpinistica. Non è per niente scontato che questo avvenga. In alcuni progetti di grande rilievo che ho diretto, come Quota 8000, o Esprit d’Equipe, anche un rimborso spese/compenso. Erano progetti pluriennali con una squadra organica e con sponsor importanti e quindi con budget adeguati. Fui criticato per questa che venne definita una “mercificazione” della passione e della prestazione alpinistica dei miei amici di squadra. Salvo che gli stessi che criticavano avrebbero voluto allo stesso tempo essere della partita o, come spesso accade quando al buon senso si sostituisce l’ideologia, criticando il compenso, per quanto austero, a degli alpinisti che si impegnavano in modo professionale, cadevano in un’incoerenza profonda con i propri principi. Peraltro, ricavando dal proprio impegno anche un compenso, gli alpinisti avevano tempo e reale motivazione per operare con grande impegno e con equilibrio.

 

  • Ti sei mai pentito nella scelta di qualche componente della tua squadra? Perché? Come hai gestito la situazione?

Sì, raramente e di solito per soggetti in qualche modo imposti al team. Grazie a Dio in poche occasioni, e poi questi soggetti non avrebbero potuto in ogni caso essere decisivi per il successo o l’insuccesso della spedizione. Più critica la situazione in almeno due casi in cui la scelta da me fatta di giovani alpinisti era risultata alla fine deludente perché entrambi in quell’occasione si erano dimostrati molto al di sotto delle aspettative. La mia reazione non poteva che essere quella di cercare di ottenere comunque il massimo da loro, consapevole dei limiti.

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