Intervista agli alpinisti Gogna, Brenna, Unterkircher, Meroi e Mondinelli

montagne

Articolo tratto dal libro:

La montagna: una scuola di management
"La montagna: una scuola di management. La determinazione del singolo e della squadra sono le chiavi del successo sul K2 come in azienda" di Agostino Da Polenza (Presidente Everest-K2-CNR) e Gianluca Gambirasio, FrancoAngeli 2008
 

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5a Intervista agli alpinisti Gogna, Brenna , Unterkircher, Meroi e Mondinelli

 

«Quanto monotona sarebbe la faccia della terra senza le montagne». Emanuel Kant

 

 

Alessandro Gogna
E’ nato a Genova il 29 luglio 1946, è guida alpina, trekking leader, ma anche scrittore ed editore di pubblicazioni di montagna dal 1982. E’ una delle icone dell’alpinismo negli anni '70, con il suo curriculum di 150 prime ascensioni nelle Alpi ed in altre catene montuose, nonchè 3 spedizioni in Himalaya e Karakorum (Annapurna, Lhotse e K2).
Da sempre impegnato sul fronte ambientale, Gogna fu uno dei primi alpinisti in Italia ad occuparsi dei problemi del turismo in montagna ed è stato fondatore e segretario di Mountain Wilderness.

 

Cristian Brenna
E’ nato il 22 luglio 1970 a Bollate, in provincia di Milano. Ha iniziato ad arrampicare a 15 anni, ed è diventato l'atleta italiano con il miglior palmares nell'albo d'oro dei campionati mondiali di arrampicata sportiva: ha vinto, tra le altre cose, una tappa di coppa del mondo nel 1998 e il prestigioso Master di Serre Chevalier. Dopo il periodo di fulgore nelle gare di arrampicata internazionali, con prestazioni su roccia da 8b+ a vista e 9a lavorato, Brenna ha iniziato ad applicare il suo grandissimo livello tecnico alle grandi pareti. Prima sulle Alpi, poi in un contesto avventuroso come quello del Karakorum nel 2005, durante la spedizione di Up Project entro la quale ha aperto, e poi scalato in libera ed in giornata, la via "Up & Down": un ostico 7c a 5000 metri di quota. Negli ultimi due anni ha partecipato a due spedizioni in Patagonia, nel tentativo di salire l’inviolata e ambita parete Nordovest del Cerro Piergiorgio, arrivando a poche decine di metri dalla vetta. Brenna fa parte del gruppo sportivo della Guardia di Finanza ed è membro del prestigioso gruppo alpinistico dei Ragni della Grignetta di Lecco.

Karl Unterkircher
Guida Alpina e membro dello storico gruppo dei Catores della Val Gardena, dal 2005 Unterkicher è anche Presidente dell’Aiut Alpin Dolomites. Nel mondo dell’alpinismo spicca per le rare abilità organizzative e comunicative. Ha all’attivo 14 spedizioni in Himalaya, Karakorum e Sud America, 32 quattromila sulle Alpi, più di 40 prime ascensioni sulle Dolomiti e innumerevoli vie di roccia, ghiaccio e discese con gli sci sulle pareti più impervie delle Alpi. Durante la spedizione K2 2004 fu autore della straordinaria scalata delle due montagne più alte della Terra (Everest e K2) nel giro di due mesi, senza ossigeno. Nel 2005 ha messo a segno la prima salita della Nord del Mount Genyen, 6240 metri, nel corso di una spedizione esplorativa nel Sichuan cinese. Nel 2007, anno d’oro per il suo alpinismo, ha messo a segno in maggio la prima salita della parete sud del Jasemba (7.350 metri, contrafforte del Cho Oyu) con Hans Kammerlander e in luglio la prima assoluta sulla Nord del Gasherbrum II (8.035 metri, Karakorum) con Daniele Bernasconi e Michele Compagnoni.

Nives Meroi
E’ nata a Bonate Sotto (BG) il 17 settembre 1961 ma da oltre vent’anni risiede, insieme al marito e compagno di cordata Romano Benet, in Friuli Venezia Giulia, a Fusine Laghi (Udine). E’ la più forte alpinista italiana e la sua attività alpinistica spazia dalle classiche delle Alpi, alle cascate e alle invernali all’attività extraeuropea. Nel 2006 è stata la prima donna italiana a mettere piede sulla vetta del K2, seconda montagna più alta della terra, considerata da tutti la più difficile. Nella primavera del 2007 è stata la prima donna italiana (e la terza nella storia) ad aver salito l’Everest senza l’utilizzo di ossigeno. Con dieci cime, la Meroi è attualmente in testa - a parimerito con la tedesca Gerlinde Kaltenbrunner - nell’inseguimento del leggendario traguardo dei 14 ottomila, raggiunto sinora solo da tredici uomini e mai da nessuna donna. Tutte le vette scalate da Nives sono state raggiunte in cordata con il marito Romano Benet, senza ossigeno e con lo stile più leggero possibile.

 

Silvio "Gnaro" Mondinelli
Nato a Gardone Valtrompia (Brescia) il 24 giugno 1958. Fiore all’occhiello l’alpinismo italiano, Mondinelli ha conquistato nell’estate del 2008 il traguardo dei 14 ottomila (Manaslu, Lhotse, Shisha Pangma, Cho Oyu, Everest, Gasherbrum I e II, Dhaulagiri, Makalu, Kangchenjunga, K2, Nanga Parbat, Annapurna e Broad Peak). E' il sesto uomo nella storia dell'alpinismo ad averli scalati senza mai aver fatto uso di ossigeno. Nel suo palmares c’è un’attività himalayana e alpina senza paragoni. Innumerevoli le salite di alto livello sulle Alpi, dove cui vanta alcune prime e prime ripetizioni, soprattutto sul Monte Rosa, e a livello extraeuropeo, in Sud e Nord America, in Himalaya e Karakorum. Nella sua carriera alpinistica si è distinto per i molteplici soccorsi effettuati durante le spedizioni extra-europee e per la sensibilità verso le popolazioni locali. Da sempre collabora alle attività scientifico- alpinistiche del Comitato Ev-K²-Cnr. Mondinelli risiede ad Alagna Valsesia (Vc), dove svolge la professione di Guida alpina e servizio cinofilo per la Guardia di Finanza, della quale è brigadiere.

 

  • Completa questa frase: Per me la montagna è…

 

Alessandro Gogna - La montagna è quello che è. Un ambiente naturale fatto di pietra, di vegetali, animali e uomini. Però, mentre alcune persone non sono sensibili a questo insieme, altre – alpinisti, escursionisti, appassionati – lo sono. Io sono sicuramente tra questi.

Cristian Brenna - Divertimento, passare bei momenti con gli amici e vivere esperienze intense.

Karl Unterkircher - Un luogo speciale, diverso dagli altri. Un luogo dove in un tempo ristretto vivo profondamente diversi e molteplici sentimenti - spesso anche di sofferenza, di ansia, di paura - che però finiscono sempre in una infinita gioia. Che mi permette di trovare la mia vera identità.

Nives Meroi - Uno strumento per stare bene in mezzo alla natura.

Silvio “Gnaro” Mondinelli - Saper vivere.

 

  • Descrivi le caratteristiche e le doti che contraddistinguono un forte alpinista?

Alessandro Gogna - Credo che la cosa più importante per un alpinista sia avere un minimo di ambizione, altrimenti uno magari fa alcune cose ma non a livello internazionale, le fa solo per se stesso e può anche non essere considerato “forte” dagli altri. Se invece si ha un minimo di ambizione, per diventare davvero forti bisogna anche essere modesti. Quella modestia che non ti fa mai montare la testa neanche se hai fatto chissà cosa.

Cristian Brenna - La completezza e la polivalenza. Un grande alpinista è capace di esprimersi ai massimi livelli un po’ su tutti i terreni (ghiaccio, roccia, misto, neve, alta quota). A 360 gradi.

Karl Unterkircher - Un forte alpinista è fisicamente allenato, modesto di carattere e conosce bene le sue doti e i suoi limiti.

Nives Meroi - Intelligenza, sensibilità e una grande passione.

Silvio “Gnaro” Mondinelli - La testardaggine e l’onestà.

 

  • Cosa è importante fare per prepararsi al meglio ad un’ascensione alpinistica?

Alessandro Gogna - A livello fisico dipende dalle diverse mete possibili: se si tratta di una salita ad un ottomila, di una salita difficile in alta quota, di un’arrampicata sportiva ad alto livello, la preparazione è diversa. E’ utile allenarsi per la specialità in cui uno crede o in cui vuole cimentarsi. Ma credo che l’umiltà sia la cosa più importante. Se uno, neanche per un momento, riesce a farsi toccare dalla sensazione di essere il più forte di tutti, è nella posizione di voler sempre migliorare in ogni senso e quindi finisce veramente per migliorare ogni giorno che passa. E’ questo il modo per raggiungere determinati obiettivi.

Cristian Brenna - Molto dipende da quello che uno vuole fare, ma penso che l’allenamento sia la base di tutte le prestazioni, sia a livello sportivo che a livello alpinistico. Soprattutto perché ormai l’alpinismo si sta evolvendo in maniera tale da assomigliare sempre più ad uno sport di alto livello. Penso sia indispensabile prepararsi in maniera professionale, per poi saper gestire tutte le situazioni che ti si presentano sulle pareti o in alta montagna.
Con questo intendo anche una preparazione a livello psicologico, per esempio allenandosi su vie con terreno simile a quello che si deve poi affrontare durante l’ascensione. Però in questo caso è importante allenarsi bene, ma non troppo, cercando magari di fare cose esasperate. Il grosso rischio sarebbe di arrivare all’obiettivo già troppo scarico.
Se arrivi a iniziare l’impresa quando hai già preso troppo “spaventi” prima, magari non ce la fai più a sopportare la tensione. Bisogna prepararsi nel modo giusto, per arrivare carichi al punto giusto, per essere pronti a sopportare anche uno stress psicologico maggiore. Non è un’opinione solo mia, è condivisa da molti atleti, ho avuto modo di verificarlo in più occasioni.

Karl Unterkircher - La mente è il motore ed il fisico la carrozzeria, entrambi devono lavorare in sintonia. Quindi bisogna essere concentrati e convinti, allenati e riposati. Poi è l’esperienza che ti insegna la tecnica e metodologia delle diverse ascensioni.

Nives Meroi - Premesso che bisogna avere un’adeguata esperienza alpinistica, è sicuramente importante prepararsi a livello fisico e conoscere, studiare l’ambiente in cui ci si andrà a muovere. A livello di testa, è importante l’apertura mentale: bisogna liberarsi da tutti gli schemi mentali che non ti permettono di vivere in armonia con quello che stai facendo. Per “schema mentale” intendo anche l’ambizione di voler arrivare a tutti i costi. Secondo me non è utile, è soltanto negativa. Per esempio, quando parto per una spedizione, il pensiero di dover a tutti i costi mantenere il primato della donna con il maggior numero di ottomila è una cosa negativa, che mi impedisce di vivere bene la scalata.

Silvio “Gnaro” Mondinelli - Rispettare il proprio corpo, rispettare chi ci circonda e allenarsi duramente.

 

  • Quali sono i pro e quali i contro di salire le montagne in solitaria invece che insieme ad altri alpinisti?

Alessandro Gogna - Non starei a guardare pro e contro perché la solitaria è una questione di sensibilità e di necessità personale di fare qualcosa da soli. Ci sono persone che potrebbero fare delle cose da soli ma non lo fanno perché non gli interessa o semplicemente non gli piace. Altri che invece lo fanno perché hanno questa “idea” di star da soli con se stessi. Poi ci sono anche quelli che fanno le cose da soli senza avere le capacità… Salire insieme ad altri è sicuramente più bello, ma è una scelta personale, come nella vita. Uno può dire “a me piace star da solo” e sta da solo tutta la vita. Fa lo scapolo o la zitella, e sta bene così. Altri invece decidono di farsi una famiglia e fare delle scelte che la maggior parte delle persone ritiene più consone alla condizione umana. L’alpinismo è uguale, la maggior parte della gente lo fa in compagnia. Chi lo fa da solo non è che sia condannabile, semplicemente deve starci attento.

Cristian Brenna - Solitarie non ne ho mai fatte, quindi non posso dare giudizi obiettivi. Preferisco vivere l’alpinismo con qualcun altro, per condividere l’esperienza, anche se penso che anche le solitarie abbiano il loro fascino. Per il momento, comunque, propendo per andare con altri che hanno più esperienza di me, almeno in questa fase della mia carriera, che dal punto di vista alpinistico è solo all’inizio. Il lato difficile è che a volte devi convivere con qualcuno che non conosci perfettamente, e c’è il rischio che ci si “sopporti” a vicenda. Io sono uno che si adegua abbastanza alle situazioni, ed è una fortuna, perché quando sali con altri c’è sempre da fare un compromesso, e devi saperlo accettarlo di buon grado altrimenti la convivenza può diventare davvero difficile.

Karl Unterkircher - I vantaggi della solitaria sono che ci si lascia andare a se stessi, solo il suono del silenzio ti accompagna. Il controllo concentrato di ogni singolo movimento ti fa provare delle emozioni di grande soddisfazione. Il lato negativo è che il pericolo è sempre in agguato; ogni volta parti per ritornare, ma non sai mai con certezza se ritorni.

Nives Meroi - Io sono sufficientemente codarda da scegliere di non andare a fare solitarie in montagna che vadano oltre - ma nemmeno che si avvicinino - a quello che faccio in compagnia. Forse si può pensare che per far delle solitarie ci voglia maggior concentrazione, ma è uno specchietto per le allodole. In realtà devi avere la massima concentrazione anche quando vai in compagnia perché sei comunque responsabile di te stesso, e in più anche di quello che capita ai tuoi compagni. Sicuramente preferisco andare in compagnia perché è bello condividere. Ma in realtà, sulla montagna si è in ogni caso sempre soli. In montagna ognuno è racchiuso nella propria fatica, nei propri pensieri, nei propri dubbi, nelle proprie paure. Ma sono due solitudini che condividono un obiettivo. Non saprei dire un “contro” delle scalate in cordata, perché sono sempre andata in montagna con qualcuno. Sicuramente però ci dev’essere un affiatamento, una comprensione immediata, oltre che uno stile comune e un obiettivo condiviso, da perseguire con gli stessi mezzi. 

Silvio “Gnaro” Mondinelli - Vorrei premettere che, sinceramente, alpinisti che abbiano fatto delle vere e proprie solitarie non ne ho mai conosciuti. Ho sempre visto che, in realtà, c’era sempre qualcuno insieme a chi dichiarava di salire in solitaria, o sulla montagna o ai campi.
Comunque, sicuramente per andare in quota da soli - proprio da soli - bisogna avere un’altra “testa”. Infatti più che di pro e di contro parlerei di diversi modi di vivere.
Scendendo nello specifico posso dire che le solitarie, dal mio punto di vista, hanno solo dei contro, perché le cose è bello farle insieme agli altri. L’affermazione “ho fatto questo da solo” mi suona sempre un po’ meschina. Se invece un’impresa viene realizzata con altre persone, il successo arriva perché il gruppo ha lavorato insieme, consentendo di raggiungere l’obiettivo. Questo è il “pro” di fare le cose in squadra: c’è più soddisfazione, anche se sicuramente bisogna rispettare più regole.

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