Argonauti, cavalieri e manager,
un' impresa come destino comune

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Argonauti, cavalieri e manager, un' impresa come destino comune

Quale sottile filo concettuale lega gli Argonauti, i Cavalieri medioevali e i Manager contemporanei?

La risposta è già nel titolo del nostro articolo: tutti hanno un’ impresa da compiere come personale “destino”, ovvero la destinazione finale delle loro vocazioni, capacità, valori.

Gli Argonauti furono quel gruppo di cinquanta eroi che, sotto la guida di Giasone, diedero vita ad una delle più note ed affascinanti narrazioni della mitologia greca: l’avventuroso viaggio a bordo della nave Argo che li condurrà nelle ostili terre della Colchide, alla conquista del vello d’oro.

Le prove che il “leader” Giasone deve superare sono: Aggiogare all’aratro due feroci tori dagli zoccoli di bronzo e dalle narici fiammeggianti; fiere bestie di proprietà di Efesto, il dio dell’ingegno.

Tracciare quattro solchi nel terreno chiamato Campo di Marte e seminarci dei denti di drago: quelli, pochi e perduti, che Cadmo aveva seminato tempo addietro a Tebe.

Uccidere il drago custode del vello d’oro.

Ecco dunque il primo fattor comune da tener presente: il concetto di prova.

Infatti, possiamo intendere la managerialità, in generale, come la capacità di un capo di superare continue prove: raggiungere gli obiettivi attraverso il lavoro degli altri, soddisfare i propri clienti interni ed esterni, gestire lo stress, risolvere problemi, generare benessere organizzativo.

Le prove, che in un primo momento possono apparire impossibili da affrontare, diventano un fondamentale “banco di confronto” quando attiviamo la forza archetipica del nostro “eroe interiore”. In latino,

La parola “vis” significa “forza”.

Possiamo utilizzare un acronimo come àncora psicologica che ci ricorda le qualità necessarie per affrontare le prove e le sfide della nostra vita quotidiana:

  • V come Volontà
  • I come Intelligenza S come Sentimento
  • A questo punto, potremmo aggiungere che anche le nuove generazioni avrebbero molto da imparare dal mito degli Argonauti.

Pare che il problema dei “bamboccioni” e dei mammoni fosse avvertito già nell’antichità. Leggiamo cosa scrive Pindaro a proposito degli eroi di Argo:

“Era (Giunone) accendeva in questi semidei un suadente dolce desiderio della nave Argo perché nessuno presso la madre restasse in disparte a marcire lontano dai rischi della vita, ma trovasse con gli altri coetanei, anche a prezzo di morte, il miglior elisir del suo valore.

E quando il fiore dei naviganti discese a Iolco, Giasone tutti li passa in rassegna e li elogia” (Pindaro, Le Pitiche, Pitica IV, versi 327- 337)

Passando dalla mitologia alla storia, le figure dei cavalieri medioevali ancora non smettono di affascinarci.

Un antico detto recita: “Nobile è quel cavaliere che non nasconde il cuore né lo disperde nel fragore della battaglia”. Parafrasando in linguaggio aziendalese, potremmo dire che “Nobile è quel manager che non nasconde il cuore né lo disperde nel fragore della competizione, della crisi economica e delle ristrutturazioni aziendali”.

Un cavaliere non si improvvisava.

Egli veniva addestrato fin dalla fanciullezza ed era armato con un equipaggiamento il cui costo poteva superare quello di 20 buoi, corrispondente ad una piccola proprietà terriera.

Parallelamente alla nascita di queste figure, nacque l’esigenza di distinguersi e di rendersi riconoscibili sia in battaglia sia nei tornei.

Da qui, l’utilizzo diffuso di colori e di emblemi impressi sullo scudo del cavaliere che daranno origine all’Araldica, ovvero la “Genealogia del Blasone”.

I valori cavallereschi non erano soltanto parte integrante dell’educazione e della cultura di un cavaliere – “valori nel sangue” – ma costituivano il fondamento stesso della sua identità e dell’impresa per la quale era disposto anche a morire – “sangue per i valori”.

Argonauti, cavalieri e manager, un' impresa come destino comune

 

Il cavaliere medioevale viveva la guerra come un “nobile gioco”, come una “tenzone”, un torneo che costituiva l’occasione per mettere in mostra le proprie virtù e nello stesso tempo realizzare quelle “gesta” che poeti, trovatori e cantastorie avrebbero poi narrato, nelle loro “chanson”, a re e a belle dame.

Anche la visione della “concorrenza” era cavalleresca.

Un cavaliere vedeva nel nemico in guerra o nell’avversario di un torneo, un confratello sul campo di battaglia.

Lo scontro veniva interpretato come una sfida dove in palio non c’era semplicemente la “vittoria” ma soprattutto l’affermazione di valori e visioni spirituali della vita e della morte.

Nei cavalieri medioevali albergava anche un forte spirito di gruppo e di corpo.

E’ celebre, ad esempio, il sigillo dei Templari raffigurante un ca- vallo montato da due cavalieri, come simbolo di fratellanza, aiuto reciproco e senso di coesione.

Ogni manager dovrebbe interpretare il proprio ruolo in azienda alla luce di questi modelli.

Nello stesso medioevo, ma dall’altra parte del mondo rispetto all’Europa, vissero i Samurai.

Questo termine in giapponese significa “Essere e/o mettersi al servizio di”.

I Samurai erano operativamente al servizio dell’imperatore del Giappone ma erano soprattutto dei “cavalieri” al servizio di una filosofia di vita da cui noi tutti, non solo i manager, potremmo trarre importanti insegnamenti.

Ad esempio, un antico detto dei Samurai ricorda:

“Il guerriero che non conosce la dolcezza, si rende vulnerabile al nemico”.

Lo spunto formativo, sotteso a questa citazione, per un manager contemporaneo potrebbe essere: “Impara a gestire la tua rabbia, a temprarla e a domarla creativamente già nel tuo animo, per incanalarla attraverso azioni costruttive e non semplicemente reattive”.

Ogni manager, dovrebbe conoscere ed applicare i tre pilastri dell’intelligenza emotiva sul lavoro: gestire se stessi, gestire gli interlocutori, gestire il tempo e le attività.

Esplosioni di rabbia “ceca”, infatti, ci rendono più vulnerabili che forti, più esposti a conseguenze negative che ad autoaffermazioni efficaci.

Ecco il motivo per cui i Samurai erano anche dei poeti.

Sono noti, infatti, i loro Haiku, brevi componi- menti sulla natura, sulla vita, su se stessi, scritti sorseggiando tè o saké.

In questa veloce cavalcata tra mitologia e storia abbiamo dunque imparato che, per intraprendere quelle imprese che faranno la storia della nostra vita e/o dell’azienda, occorre avere molto coraggio ed una infinita pazienza.

Il coraggio è quel sentimento misto di paura e volontà che si manifestano nello stesso tempo, di iniziale senso di smarrimento e nella successiva energia che consente di fare quel passo decisivo per vincere l’incertezza.

La pazienza, invece, è quel tratto di resilienza personale che ci aiuta ad assorbire gli urti della vita senza esserne travolti.

E’ saper aspettare il momento giusto per parlare ed agire, è quel saper prendere tempo senza perderlo. Il coraggio e la pazienza sono le doti necessarie per fare impresa, per provarci comunque vada. Ricordando le parole di un leader memorabile come Nelson Mandela:

“E’ il desiderio di risolvere problemi straordinari che crea il potenziale per risultati straordinari”.

Benvenuti a bordo della nave Argo e...buona fortuna!

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