Consapevolezza ed inconsapevolezza del cambiamento.
L’arte di cambiare idea

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Consapevolezza ed inconsapevolezza del cambiamento. L’arte di cambiare idea

Howard Gardner, nel suo libro Cambiare idee – L’arte e la scienza della persuasione, scrive a proposito di “cambiamento mentale”:

“Spesso si sente dire che una persona ‘ha cambiato idea’.

Il significato di questo comunissimo modo di dire sembra abbastanza chiaro: una mente pensa in un modo, quand’ecco che, a opera di qualche fattore, si trova improvvisamente orientata diversamente. ...

Che cosa accade nella mente quando si cambia idea?

E quali sono le condizioni perché tale cambiamento si verifichi e la persona inizi ad agire di conseguenza?

Le idee, naturalmente non si lasciano modificare facilmente.

Vorrei precisare fin d’ora che cosa intendo – e non intendo – quando parlo di “cambiamenti mentali”.

Innanzitutto mi riferisco a cambiamenti significativi... soltanto per designare una circostanza in cui un individuo o un gruppo abbandonano il modo in cui erano soliti concepire una questione di primaria importanza, considerandola a partire da quel momento in un modo completamente diverso. ...

Naturalmente, sono consapevole che non sempre i cambiamenti di idea avvengono secondo le intenzioni degli agenti o per diretta conseguenza della volontà delle persone coinvolte: alcuni effetti saranno indiretti, impercettibili, a lungo termine, involontari o perfino perversi”.

Siamo abituati a pensare, sin da piccoli, alla coerenza ed alla certezza come due valori fondamentali del pensare e dell’agire umano.

Oltre ad essere portatori di coerenza, la cerchiamo attivamente nelle persone che ci sono accanto.

Se non la troviamo, rimaniamo sbalorditi, provando quasi una sensazione di stordimento.

Ci sentiamo traditi se l’altro sfugge, anche solo per poco, dal suo fare predeterminato.

“Non sei stato coerente!” Quante volte durante un’accesa discussione siamo stati sul punto di pronunciare questa frase?

E quante volte, al contrario, lo abbiamo fatto sentendoci nel pieno diritto.

Ci spaventa osservare, ed in alcuni casi subire, una sorta di “distonia” tra pensiero e comportamento.

Ciò che viene espresso come una certezza, finisce per risolversi in un comportamento differente, se non addirittura nel suo opposto.

Se è l’altro a dimostrarsi “doppio”, sentiamo la relazione vacillare sotto il peso di una finzione.

Siamo stati oltraggiati e questo in una relazione è imperdonabile.

Come lo è quando siamo noi stessi ad accorgerci che il sottile e quasi trasparente confine tra pensiero e comportamenti è diventato all’improvviso un canyon.

Ci sentiamo in colpa. Come? Proprio io?

Il campione della coerenza? Ebbene si, ho fatto qualcosa di diverso da quello che pensavo.

Proviamo vergogna.

Non siamo stati scoperti. Ci siamo scoperti. Come? Siamo umani e non dei? Forse...

La diga fa acqua. C’è una falla.

Cerchiamo di correre ai ripari, nonostante il senso di vergogna.

Ricostruiamo, cosi come si fa con i Lego, un muro inespugnabile.

Niente falle, niente bugie, niente tradimenti del pensiero o idee repentine – mi chiedo se lo siano davvero.

Solo pensieri mirati, efficaci, sintonici, chiari, indiscutibili, conosciuti da tutti e soprattutto da noi stessi.

Non c’è posto nella mente per il nuovo, l’imprevisto, l’imprevedibile.

Possiamo fare i conti solo con quello che sentiamo appartenerci da sempre.

Consapevolezza ed inconsapevolezza del cambiamento. L’arte di cambiare idea

 

Il resto, che giace nelle profondità del canyon, lontano dalla luce e dal vento, non c’è.

Non esiste semplicemente perché non lo vediamo... e guai ad ipotizzarne la presenza.

Una presenza indiscutibile nelle parole di ogni giorno.

In frasi spunte, come boccioli in primavera, con un sempre, un certamente, un mai, un assolutamente...allora lì ci sentiamo esistere.

È una presenza chiara che denota l’assenza del caos, del movimento, dell’imprevedibilità, delle cose della vita.

Lì, in quelle parole, l’esperienza muore.

Si impoverisce fino a scomparire, ne succhiamo spaventati la linfa, rimane schiacciata sotto il peso dell’assolutezza dell’accadere e del sentire.

Cogliamo solo quel poco che può somigliare al già visto, sentito, conosciuto.

Il resto lo cancelliamo. Rimane il ricordo, la fotografia. Anche i colori cominciano ad attenuarsi e ad assomigliarsi.

Si perdono i confini, le facce, i corpi, gli oggetti.

Rimane uno strano amalgama di vita e di emozioni.

Una frase che si conclude con un “Te l’avevo detto”. Diverso è se quel assolutamente ha il sapore di mandorle amare.

Parola che cade nella frase, con un rumore sordo. Tipico di chi vuol dire e non dire, di chi in quel cassetto assolutamente assoluto, ha trovato altro.

Un no inaspettato, un malcelato ricordo, un discorso di troppo.

Probabilmente, una storia che si va sgualcendo. Adagiata su di una sedia e lasciata per giorni, mesi, anni nella polvere.

Alla fine non è più “sempre”. C’è una fine, evidentemente avvistata tra superlativi ed avverbi.

Si sta facendo strada nella nostra mente. Appare e scompare.

Si affaccia tra un discorso ed un altro...tra un sogno ed uno sbadiglio.

È la storia di un’idea, un’idea che sta per cambiare.

Ma questa è già un’altra storia.

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