Il manager nell’epoca dei grandi ossimori

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Il manager nell’epoca dei grandi ossimori

In Italiano, l’ossimoro definisce un’espressione in cui sono presenti due termini o due significati in conflitto inconciliabile tra loro.

“Caos calmo”, “ghiaccio bollente”, “consapevolezza – per natura e per definizione soggettiva – oggettiva”, “convergenze parallele”, “con le braccia colme di nulla”, “un vuoto pieno di felicità”, “un silenzio assordante”, sono alcuni esempi di ossimori.

A differenza dei paradossi e delle contraddizioni, che la nostra mente riesce ancora a padroneggiare, come nel caso dell’umorismo che è basato proprio su tali meccanismi, gli ossimori provocano vere e proprie schizofrenie, frustrando in modo profondo la nostra atavica esigenza di attribuzione di senso e significato alle cose.

Se volessimo creare un’associazione spontanea tra l’ossimoro ed un’opera artistica, ci verrebbero in mente i quadri di M.C. Escher.

Vivere nell’epoca dei grandi ossimori può significare, ad esempio, ritrovarsi in uno stato esistenziale permanente di “caos calmo”: abbiamo lo smartphone, l’automobile, tre televisioni, un pc, un tablet, le nostre facce abbronzate e sorridenti nei social network mentre il mondo intorno a noi si avvita in una spirale di drammatico disordine.

In manciate di secondi ed in rapida successione, possiamo vedere al telegiornale lo sfarzo medioevale del matrimonio di William e Kate in Inghilterra, le rivolte della Primavera araba e la combinazione vincente della lotteria in Italia, con i numeri che rimangono in sovra impressione anche durante la successiva notizia di cronaca nera.

Frei Betto, il frate domenicano consigliere del presidente brasiliano Lula nel suo primo governo (2002) disse all’inizio del nuovo Millennio: “Non siamo in un’epoca di cambiamenti ma al cambiamento di un epoca”.

Da lì a poco, la tragedia delle Torri Gemelle avrebbe sancito ufficialmente l’ingresso dell’umanità in un’epoca le cui peculiari caratteristiche compaiono per la prima volta sul palcoscenico della nostra storia.

Le due costanti della vita dell’uomo sul pianeta Terra sono l’incertezza e la complicazione.

La prima riguarda la nostra precaria condizione di esseri umani vulnerabili e mortali.

La seconda, invece, concerne le modalità attraverso le quali proviamo a convivere con i nostri simili, in un ambiente ostile chiamato Natura.

La convivenza umana è sempre stata complicata, nel senso che gli uomini non si sono mai amati né presumibilmente lo faranno in futuro.

Tuttavia, tale complicazione ammette- va di volta in volta “soluzioni gestionali quasi definitive”: la guerra – la soluzione di solito più praticata – i commerci e la cultura.

Oggi, la complicazione viene sostituita dalla complessità, vale a dire da una modalità dello stare insieme in cui le variabili note cedono sistematicamente il passo a quelle “nuove-ignote-emergenti”, i cui effetti e/o conseguenze del loro apparire sono del tutto imprevisti ed imprevedibili.

La complessità, a differenza dunque della complicazione, non prevede le famose “soluzioni quasi definitive” ma lascia i problemi aperti, instabili e, in diversi casi, irrisolti ed irrisolvibili.

Incertezza e complessità caratterizzano dunque il cambiamento epocale che stiamo vivendo.

Tuttavia, questi due elementi stanno fluidificando insieme – come direbbe il “sociologo della liquidità” Zygmunt Bauman – verso l’ossimoro. Le nuove competenze che dunque il Manager deve sviluppare sono legate alla capacità di ricomporre schizofrenie, dare senso al non senso, “saltare sopra” a paradossi estremi ed assorbire l’emergente “pensiero catastrofico” senza farsi contaminare o condizionare dal suo micidiale impatto negativo.

Il pensiero catastrofico è un sottoprodotto dell’epoca dei grandi ossimori: “Ce la farà l’Italia a salvarsi?”, “Manovra salva-Italia”, “La fine dell’Euro”, “Siamo in piena recessione”, “Rischio default per uno Stato sovrano”, “Decreti salva-stati o salva- banche”, sono tutte espressioni dall’effetto fortemente apocalittico.

Al manager, come anche ai professionisti etici della comunicazione e della formazione, è richiesto di bonificare le menti e i cuori delle persone dall’inquinamento psicologico prodotto da tali espressioni.

Il manager nell’epoca dei grandi ossimori

Le scorie emotive negative generate dal pensiero catastrofico sono come le bottiglie di plastica in fondo al mare: ci vorranno anni per smaltirle, sapendo che comunque l’ecosistema non tornerà mai più come prima.

“Quarantenni troppo vecchi per lavorare e troppo giovani per andare in pensione”, rappresenta un tipico ossimoro lavorativo della nostra epoca nella quale l’età anagrafica è diventata un’ossessione ormai un po’ per tutti, sia per chi lavora, sia per chi il lavoro lo sta cercando o vuole cambiarlo.

In azienda, alcuni ossimori manageriali attuali sono quelli che invece riguardano la necessità di massimizzare i profitti nel breve e dare nello stesso tempo garanzia di continuità di risultato nel lungo termine, la richiesta di personalizzare prodotti e servizi standardizzando la produzione, di tagliare i costi incrementando servizi e qualità dei processi, di dare meno alle persone con i contratti di solidarietà e chiedere di più in termini di motivazione, di ridurre il personale senza fare investimenti nella meccanizzazione avendo dovuto tagliare i costi, di organizzare un lungo e costoso processo di selezione di uno stagista mentre le persone talentuose lasciano l’azienda.

Quando le cose del mondo andavano storte, i Romani usavano dire: “Mala tempora currunt”. Beati loro che almeno riuscivano a trovare una semplice definizione per i periodi delle “Res Adversae”!

Noi, invece, per poter definire la nostra complessa epoca degli ossimori ci serve necessariamente un proverbio-ossimoro: “

Può essere una maledizione vivere in tempi tanto avvincenti” (proverbio cinese).

Probabilmente, è tramontata l’era delle strategie di stampo militare, della rigida gestione per budget, della pianificazione e controllo tout court.

Il suggerimento di Enzo Rullani: “Il futuro non si inventa a tavolino ma sperimentando il possibile partendo da contraddizioni e potenzialità latenti in ciò che esiste”, indica proprio la strada maestra per lo sviluppo delle nuove competenze manageriali necessarie per valorizzare gli aspetti positivi della nostra epoca e depotenziare quelli negativi:

  • Saper improvvisare, ovvero trasformare l’inatteso o l’imprevisto in un’azione costruttiva.
    L’improvvisazione, che molti associano ingenuamente a spontaneità, intuito o, peggio, all’arte di arrangiarsi, segue invece la seguente regola di competenza: “La spontaneità non sostituisce la preparazione perchè è solo la seconda che rende possibile la prima”.
  • Capacità di superare gli atteggiamenti del tipo “o bianco o nero”, gli arroccamenti sulle posizioni personali e di sviluppare nel contempo la visione multidimensionale dei problemi, approvvigionandosi di idee e stimoli provenienti da più fonti, anche molto di- verse o distanti tra loro.
  • Nel lavoro come nei contesti personali e sociali, ognuno di noi dovrà necessariamente cavarsela nel mantenere la flessibilità e rispettare nello stesso tempo le regole, dimostrare collaborazione nella competizione, avere spirito di iniziativa nella scarsità di risorse, sviluppare autonomia nel rispetto della gerarchia, ricercare l’innovazione nella routine, puntare alla stabilità nell’assunzione dei rischi, rimanere in equilibrio tra l’imprevedibilità e la pianificazione, specializzarsi in un contesto che richiede comunque la capacità di connettersi a campi sempre più vasti e diversi della conoscenza.

La risposta alla domanda iniziale dell’articolo, relativa a cosa deve fare un manager per cavarsela nell’epoca dei grandi ossimori, la possiamo trovare, in sintesi, nella semplice quanto profonda citazione della scienziata polacca, due volte Premio Nobel per la Chimica, Marie Curie: “Nella vita non c’è nulla da temere, bisogna soltanto capire”.

Saper comprendere, interpretare e vivere lo spirito del proprio tempo, sia nelle sue virtù, sia nelle sue drammaticità, con lucidità e serenità, rappresenta la chiave di volta di ogni architettura manageriale che intenda assorbire i forti e ormai costanti movimenti sismici degli scenari senza crollare alla prima scossa.

Per i manager ed i politici di oggi e di domani, il sentimento etico personale e l’orientamento al servizio per le collettività che rappresentano saranno le fondamenta sulle quali costruire credibilità e coerenza, per non trovarci di fronte all’ennesimo “Dibattito sulla trasparenza che manca di trasparenza” o ad avvisi commerciali del tipo: “Vendesi seminterrato luminosissimo”.

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