L’azienda in utile o l’azienda inutile?

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L’azienda in utile o l’azienda inutile?

di Stefano Greco

Articolo pubblicato su HR On Line, rivista dell’Associazione Italiana Direttori del Personale, sul numero 16 / Ottobre 2013

stefano.greco@olympos.it

C’è soltanto uno spazio grafico che divide “in” da “utile” ma la differenza semantica tra i due termini è enorme, così come la distanza siderale che nella realtà separa queste due tipologie di organizzazioni.

Le aziende in utile perseguono i loro obiettivi attraverso un agire etico ed ecologico che produce benessere per tutti gli attori coinvolti, in modo diretto o indiretto, nel successo dell’impresa.

Queste organizzazioni considerano il profitto come mezzo e non come fine, l’utile un volano economico per innescare circoli virtuosi.

Lo stile di leadership di queste aziende mira a lasciare di sé un ricordo positivo nel tempo, un’impronta emotiva indelebile nei cuori e nelle menti delle persone come anche nell’anima del territorio in cui opera.

I manager di un’azienda in utile si impegnano ogni giorno per ridurre, quanto più possibile alle persone, il delta che si apre tra la fatica del lavoro e la sua intrinseca capacità di dare soddisfazione.

Il loro obiettivo più ambizioso è quello di far innamorare le persone del lavoro che svolgono, nella solida convinzione che non esiste un lavoro “migliore” o “peggiore” di un altro ma che ogni attività lavorativa possa essere vissuta come un’opportunità di crescita personale e professionale.

In queste aziende, sono le persone a nobilitare il lavoro e non il contrario. Un’azienda in utile “mette il senso all’opera” e “trova un senso in ogni opera”: tutti sanno bene cosa fare, come farlo e soprattutto perché farlo.

I manager riescono sempre a chiarire la differenza sostanziale che passa tra “il fare” e “l’agire”: il primo verbo si associa a concetti di routine, di “fare tanto per fare” nella devastante logica del “tempo contenitore”, del “presenzialismo a oltranza in ufficio”, delle riunioni perditempo o della valanga di inutili e ridondanti e-mail che travolge il server aziendale; il secondo verbo è invece associato all’uso intenzionale e mirato delle competenze, all’applicazione dei saperi in un’ottica pratica e collaborativa, alla consapevolezza di un’azione a cui si chiede la massima focalizzazione sul valore che deve generare.

L’azienda in utile o l’azienda inutile?

 

Un’azienda in utile produce profitti facendo leva sulle virtù, prima ancora che sulle competenze, delle persone che ci lavorano, ricevendo la benedizione da parte dei suoi clienti o utenti che amplificheranno la loro soddisfazione con tutti i mezzi comunicativi di cui oggi possono disporre.

Di contro, l’azienda inutile è, prima di tutto, un’organizzazione la cui offerta commerciale è composta da prodotti e servizi scadenti o semplicemente superflui.

Il filosofo Salvatore Natoli ci ricorda che, per vivere bene, bisogna saper distinguere in modo attento “ciò che ci serve” da “ciò che ci asserve”, ovvero ci rende schiavi di schemi, abitudini o comportamenti che vanno dal disfunzionale al patologico.

Molto prima di lui, un altro filosofo, Isocrate, già profetizzava quella che oggi mi sento di definire la “Spam Economy”, ovvero la massiva ed inarrestabile invasione globale di merci e servizi assolutamente inutili per i bisogni e le esigenze reali degli esseri umani: “Se guardate tutto ciò che viene messo in vendita, scoprirete di quante cose potete fare a meno”.

Le aziende inutili operano in modo irresponsabile quando “costringono” i neolaureati alla “Stage Collection”, ovvero un curriculum zeppo di stage senza sbocco lavorativo.

Lo scrivo senza mezzi termini, uno stage che dura sei mesi e poi non si trasforma in un rapporto di lavoro stabile è un “crimine contro l’umanità”, un furto legittimato del tempo della persona che, intanto, tra una fotocopia e l’altra, ha svolto più attività lavorativa gratis e soprattutto non interiorizzata che formativa, ovvero finalizzata all’aumento della sua “Occupabilità”, come dovrebbe essere per uno stage.

Uno stage dovrebbe durare solo un mese e andrebbe strutturato in modo tale che sia l’azienda, sia lo stagista ne possano trarre un beneficio reale in termini di esperienza professionale, assessment di potenziale e orientamento lavorativo.

Insomma, promozione in Serie A per le aziende in utile e cartellino rosso per le aziende inutili, con la minaccia di pesanti squalifiche se non cambiano subito i loro “valori” di riferimento.

“Arbitri” e “Giudici sportivi”, pronunciatevi con coraggio!

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