“La spettacolarizzazione creativa dei conflitti”

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“La spettacolarizzazione creativa dei conflitti”

di Stefano Greco

Psicologo, Consulente di Direzione aziendale e Formatore

Maestranze barricate nelle cabine delle loro gru, impiegati arroccati sopra i terrazzi degli edifici aziendali, insegnanti che si mettono in mutande nelle strade, lavoratori che si chiudono nelle celle del ex carcere dell’Asinara, pastori asserragliati nel palazzo della Regione Sardegna, evidenziano forme di lotta per il lavoro storicamente inedite.

Tale novità si concretizza nella “spettacolarizzazione creativa” del conflitto il cui obiettivo non è soltanto la rivendicazione del diritto alla stabilità del lavoro, indirizzata alle aziende e alle istituzioni, ma soprattutto quello di scuotere e coinvolgere, al di là degli aspetti contrattuali ed economici in gioco, tutta la società civile.

Qualsiasi cosa accada, l’obiettivo è ottenere la massima amplificazione mediatica possibile.

Il passaggio televisivo in trasmissioni dedicate ai problemi del lavoro è diventato “obbligato” per ottenere quella sorta di legittimazione sociale sia della vicenda, sia delle stesse richieste dei lavoratori.

In altre parole, gli interlocutori di riferimento, per chi vive oggi forti disagi sul lavoro, non sono più tanto il sindacato o le istituzioni preposte alla gestione di tali criticità, quanto, mediaticamente e virtualmente, il pubblico televisivo e/o il “popolo di Internet”.

Questi gruppi di lavoratori disagiati, sempre più molecolarizzati, dispersi e frammentati, escogitano i più diversi espedienti per attrarre, commuovere o far indignare gli spettatori.

Ad esempio, mostrarsi in televisione con le fotografie dei figli attaccate ai vestiti, fuori i cancelli della fabbrica, è una modalità tecnoemotiva per comunicare al mondo come i figli siano le vere vittime sacrificali della precarietà in cui i genitori sono stati impietosamente relegati, quasi fossero dei reietti della società.

In tale prospettiva, il mezzo di comunicazione di massa ha perduto la sua peculiare caratteristica di “medium”, di veicolo dell’informazione, per diventare esso stesso il fine della comunicazione.

La “massa”, a sua volta, ha già da tempo subito la metamorfosi in “audience” perchè la società stessa ha assunto come suo imperativo culturale il “video, dunque sono”.

L’obiettivo è dunque riuscire a “strappare” un servizio televisivo, sia che si tratti di chiamare gli inviati di Striscia la Notizia o delle Jene, sia che si riesca ad interloquire con dei personaggi politici in un dibattito televisivo.

Le forme di forte contestazione degli anni Sessanta e Settanta, con le barricate in strada e le violente lotte ideologiche, si sono stemperate nel tempo.

Basti pensare ai “girotondi” soft di morettiana memoria, alle fiaccolate nelle strade e agli assembramenti di sparuti quanto inoffensivi gruppi di lavoratori dei nostri giorni.

In questo scenario, i cortei in piazza ancora sopravvivono come residuo di un passato ormai remoto che qualche Sindacato si ostina ancora a vedere come soluzione ai problemi del lavoro di oggi.

Il “balletto di cifre” tra Sindacati e Ministero dell’Interno su quante persone siano scese effettivamente in strada è l’unico sterile confronto ottenuto da queste anacronistiche manifestazioni.

Senza contare, poi, gli enormi disagi che i cittadini subiscono in occasione di scioperi e proteste.

La storica e soprattutto forte “rappresentanza collettiva” del Sindacato è ormai soltanto uno sbiadito ricordo da filmati in bianco e nero.

Un osservatore esterno fa fatica a capire quale sia il valore aggiunto che oggi un Sindacato può apportare ai lavoratori e alle imprese.

Lo Statuto dei Lavoratori del 1970, cosi duramente e faticosamente conquistato in quegli anni, appare oggi un reperto archeologico al pari del Codice di Hammurabi o della Stele di Rosetta.

Ai lavoratori precari, rimane soltanto “la messa in scena” mediatica del conflitto come unica o prevalente modalità di manifestare il disagio, con la speranza che qualche spettatore si commuova e qualcun altro del “pubblico sociale” si dia da fare per ottenere almeno qualche mese in più di Cassa Integrazione.

“La spettacolarizzazione creativa dei conflitti”

 

La spettacolarizzazione del conflitto assume, a volte, forme dai contorni paradossali come da qualche anno sta avvenendo all’esterno della Scala di Milano, in occasione della prima inaugurale della stagione lirica nel giorno dell’ 8 dicembre. In questa occasione, si verifica quello che potremmo definire “Effetto Reggia di Versailles”: all’interno del teatro, lo scintillio delle sale e la magnificenza del clima aristocratico nel quale i VIP si aggirano con passo felpato, speranzosi che qualcuno li intervisti.

Il Presidente della Repubblica, in piedi sul palchetto reale, rimane in ascolto dell’inno nazionale eseguito in suo onore, con accanto il Sindaco di Milano. All’esterno, invece, gruppi di operai ed impiegati o studenti, a seconda delle circostanze, mettono in scena la loro opera lirica principale, “La Rivendicazione”, con le scenografie tipiche di qualche tafferuglio e scontro con le forze dell’ordine.

La storia è maestra di vita se non altro perché, nel tentativo di insegnarci qualcosa, ha sempre la pazienza di ripetersi: da un lato, i “nobili” che si divertono nella più totale indifferenza nei confronti di chi ha perso il lavoro e deve mandare avanti la famiglia o semplicemente gli è stata calpestata la sua dignità di lavoratore.

Dall’altro, i “miserabili”, il “Terzo Stato” senza più, per fortuna, i forconi rivoluzionari ma con soltanto degli striscioni nelle mani. In un mondo ideale, avremmo ascoltato il Capo dello Stato pronunciare parole come queste: “Maestro, grazie per la riverenza dimostrata nei miei confronti ma l’inno nazionale lo suoneremo e canteremo una volta che il problema delle persone qui fuori sarà risolto”.

Comunque, proseguendo nelle nostre riflessioni, notiamo come le aziende che oggi possono vantare ancora una rappresentanza collettiva dotata della forza prorompente “da primi del Novecento”, si contino letteralmente sulla punta delle dita. Sono in genere quelle aziende operanti nel settore dei trasporti e della produzione di autovetture.

Paradossalmente, chi ha il contratto tra i più blindati che esistano ha anche il privilegio di poter scioperare. Lo sciopero, da iniziale diritto di tutti, è divenuto nel tempo un privilegio di pochi.

Anche gli ammortizzatori sociali non sono per tutti i lavoratori che perdono il lavoro.

Per qualcuno, addirittura, la cassa integrazione rappresenta una specie di vincita alla lotteria: nel caso di una azienda del settore trasporto aereo, una persona che conosco beneficia di sette anni di cassa integrazione, ovvero di uno stipendio, pagato dai contribuenti, percepito senza lavorare per la durata di sette anni! Il conflitto spettacolarizzato, ovviamente, è un invito a nozze per i media e per tutti quei conduttori televisivi che sfruttano mediaticamente i drammi della gente per conquistarsi il loro posto al sole e guadagnare qualche milione di euro.

L’aspetto che più colpisce, osservando questi conduttori, è che, mentre le persone esternano il loro dolore di fronte alla telecamera, loro ridono e scherzano con gli ospiti in studio.

Possiamo far rientrare anche loro a pieno titolo nell’ “Effetto Reggia di Versailles”. La spettacolarizzazione del conflitto riflette perfettamente lo spirito dei nostri tempi videocratici dove l’apparire mediatico è l’unico modo per sentirsi vivi o per guadagnare quel “quarto d’ora di celebrità” a disposizione di ognuno di noi, secondo la celebre citazione di Andy Warhol.

Creare un gruppo sul social network, farsi intervistare in televisione o animare un blog su Internet, offrono la piacevole sensazione di “esserci mediaticamente”, a prescindere se tali azioni porteranno o no ad una soluzione applicabile.

In realtà, alle immagini e alle parole raramente seguono poi i fatti o le reali soluzioni.

Soprattutto, chi ha causato il danno non viene perseguito o, se viene in qualche modo incriminato, al massimo sconterà la “pena” agli arresti domiciliari, dove il domicilio coincide di solito con la megavilla con piscina realizzata con le tangenti o le speculazioni illecite in Borsa.

Più temibili e distruttivi dei terroristi, sono infatti quei “manager” che trasformano le aziende in alberi del proprio giardino, i cui rami possono essere venduti o svenduti a piacimento senza nessun scrupolo verso i lavoratori e le proprie famiglie. Gli stessi “manager” sono quelli che giocano in Borsa con le azioni delle aziende come se queste facessero parte del gioco del Monopoly.

Abbiamo visto che i mutui subprime sono stati per il mondo quello che la spazzatura è stata per la Regione Campania: una crisi proveniente dall’azzeramento di valori umani, etici e sociali, dove la “illogica del profitto delirante” ha guidato le azioni di “manager e broker”, il cui impatto è stato ancora più devastante degli aerei schiantati sulle Torri Gemelle.

L’unico modo per evitare future crisi, è il tempestivo fissare nuove regole, pungolare positivamente le persone a rispettarle e punire severamente chi causa danni non solo con la certezza della pena ma anche con durezza.

Oggi, Governo, Sindacati, Imprese e Lavoratori devono smetterla con le vecchie contrapposizioni ed iniziare a sviluppare la capacità di riconoscere la forza ed il valore pratico delle idee, indipendentemente da dove e da chi arrivano.

Chi mantiene forzatamente un occhio al passato ed uno al futuro diventa strabico. Bisogna invece concentrarsi sul presente per modellare una prospettiva di reale progresso civile.

In questa direzione, auspichiamo un simbolico quanto moralmente impegnativo “Giuramento di Ippocrate” anche per Imprenditori e Manager.

Desideriamo fortemente la regolamentazione del mercato finanziario e parabancario, dove prodotti e servizi non siano più il risultato di una finanza “creativa” o esoterica ma siano tracciati/rintracciabili con la precisione di una filiera alimentare.

Ci auguriamo anche soluzioni meno mediatiche e più concrete per la gestione dei conflitti sociali e lavorativi.

Più che essere spettacolarizzato in televisione, il conflitto deve essere risolto prima nell’umanità della nostra anima e poi nei rapporti di lavoro di tutti i giorni.

Come ci ricordano saggiamente i due guru storici della negoziazione, i professori Roger Fisher e William Ury di Harvard, “Il conflitto esiste soltanto nella testa delle persone”.

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