Esplorando i meandri neurochimici del buon umore

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Esplorando i meandri neurochimici del buon umore

Già gli Indiani d’America conoscevano l’importanza del ridere, tanto da aver costituito all’interno del gruppo un inventore dei giochi per i momenti tristi.

Socrate, Platone e Aristotele fondavano sull’acutezza dell’espressione ironica buon parte della loro filosofia, al punto da apostrofare con l’appellativo di “Aghelastoj” – termine che significa “Esseri inferiori” – gli uomini che non sapevano ridere.

L’euforia scatena nel cervello un bombardamento di neurotrasmettitori stimolando veloci immagini mentali multiple, pensieri che si affacciano e scompaiono in rapida successione, atteggiamenti disinibiti, aumento delle capacità motorie.

L’ormone sintetizzato è la serotonina che può far passare il cattivo umore.

In particolare, una risata prolungata determina una serie di effetti fisiologici quali la produzione di endorfine – oppiacei naturali con effetti analgesici e rivitalizzanti – la contrazione e la successiva distensione della muscolatura volontaria ed involontaria addominale, l’aumento e poi il rallentamento del battito cardiaco con benefici effetti sull’ossigenazione del sangue e sulla temperatura corporea.

A livello cerebrale, l’attività elettrica prodotta è caratterizzata dalla presenza di onde alfa, tipiche degli stati di rilassamento, meditazione e gratificazione.

Quando si ride “a forza”, in modo non spontaneo o simulato, vengono prodotte invece onde beta, caratteristiche degli stati di tensione e di ansia.

Il corpo non può ingannare il cervello e viceversa: ulteriore riprova del fatto che mente e corpo si fondono nelle emozioni creando un’inscindibile unità psicosomatica.

Un classico esempio di “falso sorriso” è quando sulle prime non si capisce una barzelletta ma si ride lo stesso perché ci si vergogna a chiedere la spiegazione.

Tale situazione ci conferma il potere socialmente aggregante e conformistico del ridere.

Lo stato del buon umore potenzia inoltre il sistema immunitario, attraverso la produzione di anticorpi e linfociti, attenuando il calo delle difese, proteggendo l’organismo dalle infezioni ed aiutando a compiere una vera e propria pulizia delle scorie metaboliche, mentali e fisiche prodotte da un eccesso di ormoni dello stress.

Anche la “leggenda del colesterolo” è oggi messa in rapporto con lo stile di vita: il colesterolo non dipende soltanto dal regime alimentare ma segue una fluttuazione in relazione allo stress, variando da un giorno all’altro indipendentemente dalla dieta.

Un guru della cardiologia americana degli anni novanta, Ray Rosenman, pur precisando che la ipercolesterolemia provoca il restringimento dei vasi sanguigni, favorendo in ultima analisi l’insorgere di gravi malattie cardiache, invitava a non usare farmaci, o comunque ad andarci cauti, perché la condizione di eccesso di grasso può essere causata da momentanei fattori psicopatologici tra cui ansia e stress.

Gli ormoni dello stress, come l’adrenalina, la noradrenalina e il cortisolo, aumentano la lipolisi, ossia la mobilitazione dei grassi – trigliceridi e acidi non esterificati – del tessuto adiposo la cui conseguenza è l’ aumento della quantità di grassi circolanti nel sangue e la diminuzione della capacità del fegato di metabolizzarli.

Alcuni studi, ad esempio, hanno dimostrato che la pressione del sangue, come anche i grassi nel sangue, aumentano quando guidiamo sotto stress, ovvero nella stragrande maggioranza dei casi.

Tale condizione la si può verificare con un prelievo prima e dopo un lungo viaggio in automobile. Il traffico intenso, le condizioni meteorologiche, i cantieri e le deviazioni inattese, la scarsa capacità di guida e gli atteggiamenti degli altri guidatori rappresentano dei veri e propri veleni da rendere inattivi con massicce dosi di umorismo e calma.

Rischiano dunque grosso coloro che stentano a mostrare la dentatura, non solo dal punto di vista sociale ma anche e soprattutto da quello della salute fisica: ipertensione, immunodeficienza, malattie dell’apparato respiratorio, come l’asma bronchiale, coliti e perfino infarti ed ictus.

Oltre l’alimentazione, occorre dunque revisionare sistematicamente le modalità con le quali conduciamo la nostra esistenza.

Esplorando i meandri neurochimici del buon umore

 

Soggetti particolarmente a rischio sono quelli che si organizzano la vita con uno stile solitar-depressogeno – “lupi solitari” – o bipolare, ossia quelli che passano alternativamente dall’euforia e dalla esaltazione compagnona alla chiusura in se stessi e all’isolamento.

Convinzioni, comportamenti ed abitudini auto ed eterodistruttivi compromettono pericolosamente l’efficacia della leadership nel momento in cui si cristallizzano in uno stile di vita riconoscibile.

Ecco alcuni “sintomi” che fanno scattare il segnale di allarme:

  • Sprigionare un’eccessiva energia competitiva condita da impazienza ed aggressività
  • Tendere ad un controllo eccessivo su persone e attività.
  • Sovraccaricarsi di lavoro per incapacità di delegare o, peggio, per la diffidenza nei confronti delle capacità dei collaboratori.
  • Vivere i rapporti umani secondo la logica primitiva “amico-nemico”
  • L’autarchia, ossia la ferma convinzione di poter bastare a se stessi
  • La metamorfosi kafkiana da single a solo: l’incapacità di costruire o ricostruire rapporti affettivi stabili e soddisfacenti, la dispersione in mille avventure, il ritrovarsi a casa la sera con “un’assenza apparecchiata per cena” (Fabrizio De Andrè), il preferire comunque la solitudine a qualsiasi forma di convivenza e socialità.
  • Il vivere il lavoro come la sola forma di compagnia, la soluzione al riempimento della giornata, l’unico scopo della vita
  • Un atteggiamento rigido per cui l’imperativo categorico è assolvere al proprio dovere, senza lasciar spazio al divertimento e al piacere per l’ironico ed il leggero, scambiato sovente per superficialità.
  • Il rilassamento è vissuto con un senso di colpa

Intendiamoci: esistono persone che interpretano il personale stile di vita perfettamente in armonia con se stesse; persone per le quali, ad esempio, solitudine non significa necessariamente isolamento oppure “follitudine” – la sgradevole percezione di sentirsi soli in mezzo agli altri – e lo spirito avventuriero non produce dissonanze cognitive né pericolosi squilibri emotivi.

Anche quando la dedizione al lavoro, intesa come unica ragione di vita, è il frutto di una scelta libera e responsabile delle sue conseguenze, non c’è problema.

Tuttavia sono poche, veramente poche, le persone che riescono a vivere pensieri e comportamenti in armonia con se stessi, senza “farsi del male” e soprattutto senza farne agli altri.

Per un manager di qualsiasi livello, la salute psicofisica, espressione di un raggiunto equilibrio interiore e del livello di colesterolo tenuto sotto controllo, è il prerequisito fondamentale senza il quale non si può parlare di leadership.

E’ infatti molto difficile gestire gli altri se non si è in condizione neanche di gestire se stessi, se non si sviluppa intelligenza emotiva, se non si superano deserti affettivi o abitudini sregolate e nocive.

In conclusione, un brindisi-invito-riflessione di Michele Serra:

“Mi sentirei di levare il bicchiere, in segno di riconoscimento reciproco, ad assembramenti umani i più vari: famiglie omo, bi e trisessuali, famiglie poligame o variamente promiscue, allargate e perfino slabbrate, famiglie-harem e famiglie comunarde, nuclei di nonni e nuclei di studenti, condomini di prostitute, di suore, di scarcerati.

Purché di persone liberamente conviventi, che possano allargare il diametro di pentole e padelle, allungarsi il termometro e la tachipirina quando si ha la febbre, dividersi i compiti della manutenzione domestica, in una sola parola: aiutarsi.

E rammentarsi a vicenda, quando la convivenza si fa penosa (cioè spesso) e la sopportazione latita, una spaventosa e indimenticabile frase del poeta Dario Bellezza, morto solissimo:
“Nessuno che mi faccia una spremuta d’arancia…”.

Socievolezza ed allegria mescolati insieme rappresentano dunque il vero elisir di lunga vita.

Dario Fo e Franca Rame, Sergio Staino e Gene Gnocchi, Beppe Grillo, Stefano Benni e Paolo Rossi nel 1999 hanno creato l’Associazione: “Amici della risata”: sentirsi idealmente soci ci farà sicuramente bene alla salute!

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