Quando l’umorismo manca

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Quando l’umorismo manca

In un ambiente di lavoro privo o quasi di umorismo e di intelligenza emotiva, possono proliferare dinamiche relazionali a volte sconcertanti, come ad esempio nelle situazioni di gossip.

A proposito del famigerato pettegolezzo, è opportuno distinguere il caso in cui anche l’interessato ride partecipe di se stesso – sano umorismo – da quello in cui il gossip diventa espressione di manipolazione e/o aggressività nei confronti di un preciso bersaglio, identificato spesso nel “lecchino di turno”.

Questa mitica figura dell’immaginario aziendale, può essere chiunque venga visto “troppo vicino” a qualcuno che conta.

Il concetto di lecchino è interessante da un punto di vista psicologico e merita un approfondimento dal momento che il termine è molto diffuso nelle subculture aziendali.

Chi è il lecchino? Letteralmente colui o colei che lecca, in senso figurato naturalmente.

Cosa lecca? Nelle espressioni comuni, sempre parlando allegoricamente, il fondoschiena e/o i piedi di una persona che generalmente coincide con il proprio capo.

Si tratta dunque di una persona che attua nel contesto lavorativo, una serie di modalità comunicative e relazionali il cui obiettivo è sostanzialmente raggiungere una posizione o un obiettivo personale a discapito di tutti gli altri.

Ora, se ciò avvenisse per merito e fosse il risultato di sudati sforzi professionali la persona in questione, molto probabilmente, non verrebbe additata come lecchino.

Quando invece prevalgono atteggiamenti di adulazione, manipolazione o sottomissione, l’etichetta è presto appiccicata.

I Romani utilizzavano un’espressione più elegante per designare questo tipo di atteggiamento: “Captatio benevolentiae”, vale a dire la strategia comportamentale che, in misura più o meno accentuata, tutti noi adottiamo per entrare nelle grazie di un personaggio importante che può esserci utile per il raggiungimento dei nostri scopi.

L’era contemporanea ha successivamente caratterizzato tali approcci relazionali creando la burocratica figura del “porta borse”, di ministeriale memoria, identificato occasionalmente anche come “galoppino”, termine che di per sé connota modi di fare già più creativi e dinamici rispetto al primo.

Attuare la “Captatio benevolentiae” è insito nella nostra natura di esseri sociali.

Tuttavia, l’ago della bilancia della decenza sta nel come esprimiamo tale nostra caratteristica: quando si è adulti, coltivare un rapporto non significa essere lo zerbino di qualcuno sacrificando a volte anche la dignità; essere disponibili non vuol dire essere a disposizione né tanto meno essere ambiziosi equivale ad essere arrivisti.

L’attitudine a strumentalizzare in modo sistematico i rapporti interpersonali per raggiungere degli scopi personali è tossica.

L’umorismo che il leader sapiens può utilizzare in queste circostanze, al fine di evitare inquinamenti psicologici all’interno del contesto organizzativo, è quello di scandagliare tempestivamente il termine lecchino dal fondo melmoso dei pettegolezzi per farlo affiorare alla superficie di un linguaggio umoristicamente assertivo: “Ragazzi, nel mio Team, non gradisco lecchini anche perché, detto inter nos, ho già in privato qualcuno che pensa a questa operazione...

In questa organizzazione vogliamo costruire una cultura del merito e del risultato individuale e collettivo”.

Patti chiari, amicizia lunga: una comunicazione chiara e diretta, colorata discrezionalmente da un’allusione “per adulti” può costituire una modalità comunicativa efficace, simpatica ma non volgare – il vero umorismo non lo è mai – che consente ai collaboratori di percepire la genuina trasparenza del loro capo il quale sta bene attento a non cedere alle inconsce gratificazioni provocate da lusinghe e adulazioni.

La leadership è efficace quando si esprime in modo schietto, quando il fare è una conseguenza coerente del dire e viceversa. Un collaboratore percepisce la credibilità di un capo quando sa esattamente “dove lo lascia e dove lo ritrova”.

Il seguente caso di cronaca aziendale rappresenta una valida occasione per riflettere sul tema.

In una multinazionale americana di prodotti alimentari, è stata affissa questa lettera in bacheca:

“Ci terrei a far sapere pubblicamente la genealogia di una notizia infondata e come si può montarla ad arte.

Un giorno racconto a un collega che la sera stessa mi sarei trattenuto con L., altra nostra collega, per stendere la relazione definitiva di un progetto da presentare ad un meeting internazionale.

Cosa che è avvenuta regolarmente, solo in termini professionali e all’interno dell’azienda.

Dopo qualche tempo, mi viene riportata la voce che quella sera siamo stati visti in un ristorante mentre cenavamo a luci soffuse.

Passa un mese e il pettegolezzo torna a me con una variazione: ci stavamo baciando al bar di un albergo.

Via via, con i mesi la nostra relazione si arricchisce di nuovi, interessanti particolari: siamo stati avvistati nei diversi motel della tangenziale che passa di fianco all’azienda; il nuovo collier che lei esibisce è un mio regalo; lei sarebbe disposta a lasciare il marito per me ed io mia moglie.

Sono certo di aver informato soltanto quel collega dell’incontro con L.

Ora scopro che il collega è stato promosso Direttore Marketing, carica per cui anch’io ero in corsa”.

Tratta da: “Il Mondo” n° 42 del 21 ottobre 2005, pag.164

Ci auguriamo che quel “Direttore Marketing” non comunichi con il Mercato allo stesso modo di come ha fatto in azienda, a discapito del collega che ha avuto il coraggio di “denunciarlo” pubblicamente.

Storie come questa rappresentano la punta di un iceberg e riflettono specularmente i tratti della società mediatica in cui, volenti o nolenti, siamo immersi.

A forza di Reality Show – o shock, come qualcuno potrebbe definire ironicamente – è come se anche noi fossimo quotidianamente all’interno di un grande Reality, bombardati da gossip ogni cinque minuti e afflitti da personaggi in cerca d’autore che si disperdono in un’infinità di ruoli e che utilizzano il mezzo televisivo pubblico per dar sfogo a polemiche lavorative personali o ai propri senili deliri.

Il gossip aggressivo e/o manipolativo è un virus micidiale, capace di scatenare delle vere e proprie pandemie all’interno dei luoghi di lavoro.

Al leader sapiens compete sia la prevenzione – attraverso il vaccino di una comunicazione assertiva, chiara e soprattutto diretta: parlare con le persone, non delle persone – sia l’intervento antibiotico, tramite lo svolgimento della funzione di mediatore imparziale che ascolta opinioni, verifica i fatti ed invita sistematicamente le persone a comunicare da persone adulte.

Il tutto gestito attraverso uno stile li leadership brillante, dal sorriso sicuro e rassicurante.

“E un piacere scoprire una volta per tutte l’insufficienza della ragione, della riflessione compunta e degli atteggiamenti corrucciati che distinguono i capi efficienti, i lavoratori affidabili e i consulenti professionali”.

Il leader ridens, rilasciando allegria e buon umore all’interno del proprio gruppo di lavoro, riduce le distanze gerarchiche che lo separano dai collaboratori e crea quella complicità emotiva che lo rendono amabile.

L’amabilità è il quid differenziale che consente alle persone di distinguere il capo che sarà ricordato nel tempo come un “vero leader” dalla “bestia nera” destinata presto all’oblio.

Il concetto di amabilità di un capo è stato poco approfondito nella letteratura manageriale.

Trovo illuminante, a questo proposito, riportare un’altra riflessione di Vaciago: “Se non vuoi bene alla gente non sarai mai un buon capo.

La vita è dominata dai sentimenti. La cultura illuministica ha invece privilegiato la ragione, con la quale si diventa bravi in matematica.

Quando l’umorismo manca

E basta. Il buon capo lo sa, e presta molta attenzione ai sentimenti: all’intuizione, alla fantasia ma soprattutto all’amore.

L’amore in senso proprio – affetto per l’altro e condivisione dei suoi obiettivi – è il sentimento dominante di ogni buona organizzazione.

L’amore come il coraggio è una dote essenziale per chi aspira a diventare un capo in grado di esercitare un ruolo carismatico nei confronti dei propri collaboratori.

Altrimenti prima o poi si creeranno fratture. Un collaboratore è meglio farlo fuori subito, se non riesci ad instaurare con lui un rapporto d’affetto.

E va tenuto presente che l’amore è sempre reciproco: se il dipendente ti sta sulle scatole, lui non ti amerà mai anche se dissimuli il tuo sentimento” .

Questo è uno dei maggiori problemi in cui oggi incorrono diversi manager: non sapendo come incanalare in modo costruttivo l’emotività connessa ad ogni situazione relazionale, scivolano in atteggiamenti caratterizzati da finzione, dissimulazione, aggressività e persino goffaggine.

Sono capi che non lavorano psicologicamente su se stessi, che non cercano supporti né si confrontano, che fanno fatica a crescere umanamente e professionalmente.

Analizziamo alcuni casi osservati ed ascoltati di recente nei luoghi di lavoro

CASO 1) Interno di un Conctat Center, comunicazione di rimprovero

Un Supervisor, che si è “ritrovato a ricoprire questa posizione”, si accorge che da giorni alcune operatrici perdono molto tempo navigando per gioco su internet invece di concentrarsi sul lavoro e rispondere alle telefonate.

Un giorno il Supervisor “sbotta”, ne prende una, quella caratterialmente più debole (!), la porta fuori dalla stanza e comincia a vomitarle addosso una serie di rimproveri e minacce.

Ecco trovato il capro espiatorio della situazione, di cui un responsabile incompetente e totalmente privo di umorismo ha bisogno per sostenere in qualche modo il suo ruolo.

Naturalmente dalla sala le altre operatrici sentono tutto ed il risultato è che questo Supervisor adesso proprio “non lo può vedere nessuno”.

Considerazioni:

  • Il Supervisor è stato allocato in quella delicata funzione senza né un minimo di valutazione del potenziale, né un alfabetizzazione formativa sui comportamenti gestionali da tenere.
  • Osservando dall’esterno, quello che colpisce non è tanto la “goccia che fa traboccare il vaso” quanto il constatare che quel vaso si è riempito fino all’orlo senza che il management e lo stesso Supervisor coinvolto facessero nulla per intervenire e prevenire tali criticità.
  • Se il Supervisor avesse dimostrato, fin dall’inizio, un atteggiamento autoironico nel riconoscere ad esempio i suoi limiti, avrebbe usufruito di un’importante risorsa di consapevolezza che gli avrebbe consentito di:
    1) Stemperare l’emotività
    2) Incanalare l’energia verso una direzione costruttiva
    3) Richiedere concretamente supporti formativi per sentirsi più adeguato nel ruolo.

CASO 2) Ufficio del Personale, comunicazione di fine rapporto di lavoro

La responsabile telefona ad un collaboratore, che ha un contratto a tempo determinato, per comunicargli che il suo rapporto di lavoro non sarà rinnovato. Il giorno dopo, la manager in questione, incontrando il collaboratore nei corridoi, tiene gli occhi bassi, lo sguardo sfuggente e assume un atteggiamento tra il goffo e l’impacciato.

Perché? La manager, non solo ha scelto un mezzo di comunicazione inopportuno per informare il collaboratore di questa notizia – il telefono –, ma lo ha fatto il giorno prima dello scadere del contratto!

Commento del collaboratore: “So bene che lavoro a tempo determinato e può succedere che un contratto non venga rinnovato, ma la incontro ogni giorno e avrebbe potuto tranquillamente dirmelo di persona!”.

Un classico da manuale della comunicazione…inefficace.

Conviene riderci sopra e quel collaboratore è stato il primo a farlo, dimostrando un gran senso dell’umorismo.

CASO 3) Scrivania di una collaboratrice, feedback correttivo di un documento

Il Responsabile di un progetto raggiunge la scrivania di una sua collaboratrice per comunicarle in maniera pedante alcune correzioni da fare sulla stesura di un contenuto del progetto.

Riporto testualmente le parole del manager in questione:

“Qui ci vuole il punto e virgola invece della virgola” , “Metti questa parola prima invece che dopo…”

Qualcuno potrà argomentare: “Non ci trovo nulla di strano, normali correzioni di un documento…”

Rispondo: “Se non fossero le ore 18.00 del 31 dicembre 2005 e se il tono non fosse quello di un indispettito maestro delle elementari, sarei d’accordo”.

Quando l’umorismo manca, viene meno quella capacità di sdrammatizzare che rende il nostro Io refrattario alla negatività, alla frustrazione e alla rabbia.

Uno spirito privo di humor si inaridisce diventando presto facile preda di insicurezze e/o atteggiamenti maniacali, come ad esempio nel perfezionismo.

In ogni caso, la vena umoristica che il leader ridens è chiamato ad alimentare non si può esaurire soltanto nella battuta sdrammatizzante: è necessario che arrivi ad irrorare per intero lo stile di gestione, rendendolo brillante sia nei rapporti interpersonali sia nell’operatività di ogni giorno.

L’umorismo facilita l’eliminazione di rigidità e paraocchi che possono impedire al leader di captare i segnali – forti o deboli che siano – provenienti da collaboratori, colleghi, clienti, concorrenti, mercato, famiglia, amici.

“Molto spesso nelle aziende, nei rapporti tra i diversi uffici o funzioni, c’è l’abitudine di presentare ogni aspetto della propria azione come impeccabile e già allineato alla migliore prassi possibile.

Un’attitudine e una sensibilità umoristica possono mettere in luce qualche incrinatura, aiutando a prevenire danni futuri”.

Prevenzione ed anche implementazione.

Se l’errore, ad esempio, è un evento di cui ancora non se ne sfruttano abbastanza i vantaggi in termini di apprendimento, ecco che l’approccio umoristico può facilitare questo processo.

A volte ridimensionare l’accaduto può essere più efficace e motivante che colpevolizzare e/o aggredire, fermo restando il fatto che le persone vanno comunque responsabilizzate: fa la differenza il come viene espresso un rimprovero od una critica.

Il leader sapiens sa valutare di volta in volta le situazioni ed adotta lo stile comunicativo ritenuto più efficace per quella situazione e per quel collaboratore.

Comprendere se l’umorismo è una risorsa che in quel momento crea un valore aggiunto, dipende dall’intelligenza intuitiva del manager dal momento che non esiste una regola valida in assoluto.

Molto probabilmente, in alcune circostanze e con certi collaboratori, un viso disteso da un sorriso ed un simpatico incoraggiamento a capire cosa è successo riescono a stemperare l’ansia ed i timori generati dalla scoperta dell’errore stimolandone l’importante funzione di lievito della conoscenza, senza compromettere il rapporto.

L’utilizzo della capacità umoristica nelle organizzazioni richiede comunque grande accortezza ed intelligenza: abbiamo più volte sottolineato il fatto che umorismo non significa soltanto l’essere in grado di raccontare l’aneddoto o la barzelletta – una performance peraltro non facile da produrre nei tempi e nei modi giusti – ma equivale soprattutto alla bravura nel creare e mantenere un clima sereno soprattutto quando si verificano situazioni di tensione e di incomunicabilità e nell’ adottare uno stile di leadership che esprima il giusto mix di formalità ed informalità.

In alcune circostanza, sentimenti di invidia, gelosia o inciuci amorosi-affettivi sul luogo di lavoro tendono ad inquinare facilmente l’ambiente psicologico, compromettendo la funzionalità dei rapporti tra ruoli organizzativi e complicando la gestione delle dinamiche del gruppo.

Nel kit di sopravvivenza aziendale per manager di ogni livello possiamo dunque inserire l’umorismo come antidoto al veleno prodotto da atteggiamenti infantili o fuori luogo.

Il leader ridens si dimostra abile quando riesce a distillare quello “Straordinario concentrato di ironia, intuizione e genialità creativa capace di muovere nell’osservatore (o nell’ascoltatore, n.d.r.) emozioni di svago ed allegria, ma anche riflessioni di profonda intensità etica e civile”.

Tuttavia, una leadership di successo usa moderatamente persino la moderazione e questo vale naturalmente anche per sorrisi e risate.

Se l’ efficacia manageriale è il risultato del continuo bilanciamento tra autorità ed autorevolezza in funzione delle singole persone e delle situazioni, anche l’equilibrio tra umorismo e serietà rientra in quest’ottica.

La soglia da non varcare, quella della mancanza di rispetto, spesso non è facilmente riconoscibile, per cui l’ ironia può tramutarsi in una presa in giro ed il pettegolezzo “simpatico” in un ‘offesa.

Una delle principali finalità della leadership efficace è quella di far sentire “a casa” le persone, ovvero creare un ambiente lavorativo stimolante ma rispettoso, in cui battute di pessimo gusto, allusioni e critiche personali non trovino spazio di espressione.

Il rispetto delle persone, della loro cultura e identità, del loro tempo di vita, è alla base dell’attuale concetto di “cittadinanza di impresa”, una sfida attualmente raccolta da poche organizzazioni.

Il lavoratore che si sente cittadino di un’organizzazione lo possiamo riconoscere in commenti di questo genere:

  • “Mi trovo bene nel mio ambiente di lavoro”
  • “Mi sento fortunato a lavorare per…”
  • “Non poteva capitarmi di meglio, con i tempi che corrono…”
  • “L’azienda ci tratta bene”.
  • “E’ un’azienda che mette in regola tutti”

Quante sono le persone che di recente abbiamo ascoltato parlare in questo modo della loro organizzazione?

20

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anni di esperienza

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