Psicologia dell’Imbecillita'

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Psicologia dell’Imbecillita'

di Stefano Greco, Psicologo, Consulente di Direzione aziendale e Formatore

stefano.greco@olympos.it

“Imbecille!”, gridava il mio professore di Matematica e Fisica del Liceo a chi sbagliava gli esercizi o a chi semplicemente non ne comprendeva la logica.

Immagino utilizzasse quel termine perché la risonanza emotiva che provocava in noi studenti era più forte dei suoi equivalenti semantici: “inetto”, “mediocre”, “incapace”.

L’etimologia ci conferma la radice offensiva del termine: “in” (negazione) e “baculum” (bastone) ovvero “debole”, “senza spina dorsale” ma soprattutto “imbelle” ovvero “inadatto alla guerra” (in – bellum).

Possiamo facilmente intuire quanto fosse dispregiativo, per gli antichi, essere inadatti a combattere.

Dopo secoli di letargo nel dominio semantico della semplice offesa, l’ultima Eco semiologica del Professore Umberto ha risvegliato il termine e l’ha proiettato in una vera dimensione paradigmatica, trasformandolo in una chiave di lettura psicosociale dei nostri tempi.

Nella lectio magistralis svolta all’Università di Torino nel giugno del 2015, Umberto Eco innescò un acceso dibattito pubblico affermando: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività.

Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. 

È l’invasione degli imbecilli”.

Se per il mio professore voleva essere solo un’offesa per scuotere gli animi, per Eco l’imbecille o gli imbecilli di oggi sono tutti coloro che, web alla mano, si dimostrano inopportuni, incompetenti e anche pericolosi sul piano della comunicazione e degli interventi in ambito social.

E’ indubbio che il web ha dato ad ogni individuo un potenziale megafono con il quale poter far sentire la propria voce su scala planetaria.

Ora, non mi sbilancio nel dire se questo fatto costituisca più un problema o un’opportunità.

Di sicuro, l’Imbecillità è diventata la controfigura dell’Intelligenza emotiva nei diversi ambiti di vita. Un amico, un capo o un collega imbecilli sono sicuramente capitati ad ognuno di noi.

Ma anche un’intera organizzazione può dimostrarsi imbecille, come quelle che mantengono ancora filiere gerarchiche interminabili oppure sono strutturate attraverso un apparato burocratico asfissiante o ancora quelle che tramano contro il cliente invece che difenderlo negli acquisti.

L’Imbecillità è un tratto espressivo che trasversalmente può riguardare tutti, dal politico al dirigente, dall’insegnante all’impiegato, dal professionista a chi cerca lavoro, dal personaggio pubblico all’utente comune della rete.

Ma quali sono i comportamenti sintomatici dell’Imbecillità?

Provo ad elencarne qualcuno.

Chi parla o scrive a vanvera, chi si sente al di sopra della media e ostenta questa sua superiorità (deriva narcisistica dell’Imbecillità), chi vuol mettere sempre l’ultima parola su tutto, chi si fa paladino delle pseudoscienze, chi inquina le comunicazioni con turpiloquio e offese, chi si lamenta soltanto per il gusto della lagna quotidiana.

Psicologia dell’Imbecillita'

Stando così le cose, in azienda c’è bisogno di politiche che regolamentino l’uso dei social network, paradossalmente soprattutto per il Social Media Marketing Manager ed il suo gruppo di lavoro: alcune recenti “figure di merda” (epicfail) sui social network, che hanno coinvolto grandi aziende, dimostrano quanto la reputazione e la gestione delle crisi aziendali danzino insieme sull’abisso dell’Imbecillità.

Un altro imbecille chi è? “Il cittadino del ventunesimo secolo (che) somiglia sempre più a una fulminea lepre della tecnologia, la quale si comporta e comunica come una tartaruga dell’etica, cioè disconosce o ignora volontariamente i limiti e i rischi etico-dialogici delle opportunità tecniche offertegli dagli strumenti avanzatissimi che ha in mano, senza però migliorare la qualità di ciò che ci scambia”.

(Otello Lupacchini, post sul blog www.ilfattoquotidiano.it del 26 febbraio 2016). Insomma, pare che, dopo il quarto d’ora di celebrità augurato da Andy Warhol, ad ognuno di noi tocchi anche il momento dell’ Imbecillità.

Del resto, il mio professore di Liceo un giorno lo urlò a chiare note anche al primo della classe.

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