Quando “la terra in conflitto” e' un io senza radici

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Quando “la terra in conflitto” e' un io senza radici

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa... e la vedeva.

È una cosa difficile da capire.

Voglio dire... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi...

Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo... la vedeva.

Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte... magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva.

Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l’America!”.

È la scena iniziale di Novecento, il “monologo” di Alessandro Baricco 1 che il regista Giuseppe Tornatore ha brillantemente riportato nel film “La leggenda del pianista sull’oceano”.

L’immagine descritta è quella dell’anonimo e povero emigrante che per primo intravede da lontano la Statua della Libertà di New York, l’unico simbolo capace di alleviare in quel momento la tristezza o la rabbia dell’aver dovuto abbandonare il proprio paese in guerra contro altri paesi o contro una povertà estrema.

Nel racconto di Baricco siamo agli inizi del Novecento, ma quella figura di emigrante rappresenta l’archetipo dell’uomo che nei secoli ha vissuto l’abbandono coatto della propria terra, lo sradicamento delle sue radici per la necessità di trovare un altro terreno, più fertile e propizio, nel quale reimpiantarle.

I primi oggetti che centinaia di emigranti di oggi vedono, al posto della Statua della Libertà, sono le motovedette della Guardia di Finanza e Guardia Costiera che accerchiano il gommone o la carretta su cui “viaggiano” per scortarli fino ad un centro di prima accoglienza, in un Paese per loro straniero.

Quelli del Novecento erano emigranti a cui veniva data loro, in qualche modo, una speranza di ricominciare e magari far fortuna all’insegna di quel “sogno americano” che per decenni ha stimolato le energie delle persone.

Oggi, invece, il sogno di molti emigranti finisce presto: all’angolo di una strada a chiedere l’elemosina, un viale (di notte) per prostituirsi, a lavare vetri a quei (pochi) automobilisti che con un cenno del capo o della mano acconsentono a ricevere “il servizio”, oppure a vendere merce contraffatta, a raccogliere pomodori per quindici ore al giorno e senza un contratto di lavoro.

Tuttavia, deve essere stata dura anche per i “nostri” emigranti negli Anni Cinquanta e Sessanta, quando per esempio si trasferivano in Germania o, più semplicemente, quando “quelli del Sud” andavano a vivere a Torino per lavorare in una catena di montaggio d’una fabbrica: Nel cercare alloggio e trovarsi di fronte cartelli del tipo “Non si affitta la casa ai meridionali”, o nel farsi nuove amicizie.

Viene in mente voce vibrante di Lucio Dalla quando canta: “Sul treno Palermo-Francoforte c’è un ragazzo al finestrino, gli occhi verdi che sembrano di vetro, vai e ferma quel treno!”.

Dal punto di vista psicologico, lo “sradicamento dell’Io” dalla terra in cui la persona è nata e cresciuta provoca una lacerazione che soltanto in parte verrà sanata dalla speranza e dalle opportunità che si dischiuderanno nella nuova destinazione.

Se, come è arcinoto, “partire è un po’ morire”, il sentirsi costretti a lasciare la propria casa rappresenta un vero e proprio “lutto” per la perdita di un qualcosa di caro.

Successivamente, il ricordo, la nostalgia ma soprattutto il confronto, conscio od inconscio che sia, tra le caratteristiche di benessere della terra di approdo con la miseria e la povertà del luogo di origine segneranno l’animo della persona nei suoi sforzi di adattamento alla nuova realtà.

In più, per qualcuno, l’emigrazione forzata coincide con la clandestinità, un’abietta condizione di fuga perenne da se stessi e dalle regole del Paese ospitante, con la complicità di organizzazioni criminali che sfruttano, come manodopera o prostituzione, queste masse di persone in balia di un destino che di certo non gli è stato amico.

Ci sono dei momenti in cui, su alcuni volti, in certi sguardi, possiamo rileggere le dure parole dell’Ungaretti di S. Martino del Carso: “È il mio cuore il paese più straziato”.

La voglia di ritrovare un po’ delle radici perdute la possiamo rilevare nella prima reazione psicologica delle persone quando arrivano in “Terra straniera”: quella di starsene sa solo o soltanto con i propri simili, ricreando gruppi che molto spesso finiscono per costituire delle monadi all’interno dei contesti sociali ospitanti.

Le “Little Italy”, le “China Town”, le comunità di calabresi, pugliesi, siciliani e tutte le altre delle varie etnie 2 internazionali, presenti nei luoghi in cui più massicciamente si è verificato il fenomeno dell’immigrazione, sono la chiara esemplificazione del fatto che il concetto di integrazione è l’utopia verso la quale tendere.

Sarebbe molto più realistico e opportuno lavorare per una sana convivenza tra gruppi piuttosto che sperare in una “integrazione” pura e semplice.

Tale considerazione deriva semplicemente dal fatto che, in vari casi, le diversità culturali e linguistiche sono così ampie e profonde da generare delle vere e proprie incompatibilità comunicative e relazionali.

I recenti fatti di Milano con la comunità cinese lo dimostrano ma anche i numerosi episodi di violenza e furti che vedono coinvolti quei nomadi rimasti ai margini della società civile.

Scrive Umberto Eco2:

Uomini di diverse civiltà abitano in universi sensoriali diversi e le distanze tra i parlanti, gli odori, la tattilità, la percezione del calore del corpo altrui, assumono significati culturali.

Così è assai diverso il modo di considerare e ripartire lo spazio da parte di un americano, di un tedesco, di un giapponese, di un arabo.

La rilevanza pratica di tali studi è evidente se si considera, ad esempio, che il sovraffollamento urbano e la coabitazione coatta di differenti gruppi socio culturali è uno dei maggiori problemi delle società industrializzate nonché la fonte di caratteristiche patologiche del comportamento.

Inutile nascondersi dietro un dito e vendere “buonismo” utile soltanto per fare demagogia: la soluzione al problema che oggi affligge molte “Terre in conflitto” non è l’apertura indiscriminata delle porte dei Paesi “più avanzati”, né il ricercare l’accanimento integrativo e neanche il far finta di niente o sperare che le cose cambino da sole, con il trascorrere del tempo.

Quando "la terra in conflitto" e' un io senza radici

 

No, le soluzioni pratiche devono essere altre.

In primo luogo, bisogna smettere una volta per tutte di fare le guerre per sfruttare le risorse dei cosiddetti “Paesi poveri”, che così poveri non sono mai, soprattutto se hanno risorse energetiche (come petrolio e gas).

È indispensabile invertire totalmente – e subito – la rotta: portare tecnologie sane e sviluppo sostenibile laddove ce n’è più bisogno.

Di conseguenza, le persone non dovranno più abbandonare la loro casa in cerca di una “Terra d’altri”.

Avrà la possibilità di trasformare la propria terra e creare rapidamente un livello di benessere tale per cui ognuno potrà sentirsi realizzato.

Questo significa che, nel caso in cui le persone un giorno decideranno d’andarsene, lo faranno per migliorare ancora e non per fuggire dall’inferno, per magari ritrovarsi in un inferno peggiore.

Soprattutto, arriveranno a destinazione con la necessaria dignità di esseri umani, portando un contributo di valore al Paese che li ospiterà.

Bisogna insegnare alle persone a costruirsi la canna da pesca e a pescare, non dare direttamente i pesci.

Oggi abbiamo tutte le possibilità e le risorse per realizzare un mondo migliore.

Quello che purtroppo manca, come al solito, è la volontà di farlo. L’enorme divario esistente oggi tra i Paesi “sviluppati” – lo metto tra virgolette perché il concetto di sviluppo è sempre molto relativo – e quelli non sviluppati è prima di tutto culturale. La fame la si sazia con un po’ di cibo ma per formare la coscienza d’una persona ci vuole molto di più ed è il lavoro più impegnativo!

Costa più fatica impegnare le idee che i carri armati.

È giunto il momento, per ogni abitante della Terra, di capire che il medioevo è finito da un pezzo.

Oggi ognuno, nel proprio contesto privato e sociale, deve sentirsi responsabile nel costruire un mondo in cui l’obiettivo sia valorizzare la vita (di tutti) attraverso la ricerca della felicità personale e collettiva, il rispetto di se stessi, del prossimo e di tutte le culture e le religioni esistenti, senza essere invasivi, arroganti o credersi il portatore della verità assoluta.

La rabbia che si scatena da una condizione di povertà e sfruttamento deve essere incanalata verso una direzione costruttiva e bisogna dimostrarsi tenaci nel raggiungere gli obiettivi di benessere desiderati.

I Governi hanno naturalmente una enorme responsabilità da questo punto di vista ma il loro approccio al problema risulta sempre più inadeguato e di fatto inefficace.

Ideologie politiche egoistiche ed autoreferenziali rappresentano ancora quella pesante zavorra che impedisce al vero progresso di mettere salde radici e diffondersi a largo raggio sul nostro pianeta.

Il vero sviluppo mondiale sarà realizzato quando gli “uomini di potere” crederanno più nella forza dell’intelligenza e della diplomazia che in quella delle armi e della sopraffazione.

Con il trascorre dei secoli, l’uomo non ha ancora imparato a gestire il potere, la cui natura è fortemente emotiva e distruttiva. Incredibilmente chi comanda ripete da sempre gli stessi errori: guerra, arroganza, aggressione, corruzione, presunzione, megalomania.

Albert Einstein una volta affermò: “Non si possono risolvere i problemi con lo stesso modo di pensare che li ha creati”.

Quale sarà, allora, il miracolo che interromperà questo circolo vizioso?

*Psicologo, Consulente di Direzione aziendale e Formatore

Articolo pubblicato su: www.filidaquilone.it nel 2007

1 Universale Economica Feltrinelli, Venticinquesima edizione, Milano, 1999

2 La struttura assente (1968, Bompiani)

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