Team building Lo spirito del ninja

Corso di formazione

Team building Lo spirito del Ninja

Il Ninpo, rappresenta la spiritualità, l’universo delle pratiche fisiche e meditative del Ninjutsu. Differenziandosi però da esso per una logica concettuale che vede il Ninjutsu come la «Pratica» e il Ninpo la «Via».

La desinenza Nin ha un significato che rappresenta il guerriero ninja, ovvero la pazienza, la perseveranza, l’abnegazione. Questa desinenza è in comune tra le due parole.
La seconda invece, fa prendere ai due concetti diverse strade: jutsu è la pratica, l’allenamento, la ripetizione di pratiche fisiche per migliorare la tecnica e po è invece la via. Dove «via» ha un’accezione spirituale dove si va ad intendere tutto l’insegnamento spirituale e educazionale verso una crescita personale e interiore.

Le due desinenze nin e po danno questa ampissima traduzione: Via (Po) della Perseveranza (Nin)

Storia del Ninja, un guerriero sapiente e organizzato. La storia dei Ninja è solo parzialmente conosciuta. Essa risale a moltissimi anni prima della creazione delle arti marziali più conosciute come tradizionali, come Karate e Judo, derivando per certe caratteristiche direttamente dal Kong Fu, culla delle arti marziali. Il Ninjutsu non è un arte marziale.

Esso è una una mentalità, una concezione di combattimento, una strategia di guerra, uno stile di vita, e soprattutto quest’ultimo. All’atto pratico infatti, il Ninja non aveva tecniche proprie ma carpiva i colpi dai propri nemici, che studiava e ne imitava le azioni migliori, personalizzandole per renderle più efficaci.

Prima che i Ninja diventassero i sicari che l’immaginario comune conosce - che però non erano assolutamente «i cattivi» come spesso vengono dipinti, ma il corrispettivo giapponese e antico delle nostre forze speciali - erano persone normali che dovevano combattere quotidianamente con la dispotica borghesia imperiale che abusava del suo potere, e per farlo usavano tutte le armi che già avevano, la loro sapienza era la loro forza. Chi lavorava come chimico creava armi chimiche, i farmacisti creavano veleni, chi lavorava nel campo della tecnologia creava marchingegni e trappole anche portatili.

Si riunivano nelle cantine, nei boschi e nei sotterranei di notte per allenarsi. Dovevano farlo in silenzio per non essere presi dalla polizia, che per esercitare un totale controllo sugli abitanti dei villaggi, proibiva la pratica e l’apprendimento delle arti marziali. Ecco perché i Ninja diventarono maestri dell’invisibilità.

I Ninja si riunivano in clan (spesso familiari) molto organizzati, con una gerarchia ben riconosciuta e rispettata da tutti. Ognuno aveva un ruolo in base alla propria capacità di contribuire in termini di efficacia combattiva.

È necessario sfatare il mito dei Ninja che spariscono o che volano. La grande agilità e le doti sovrannaturali sono frutto di duro allenamento e trucchi con l’ausilio di oggetti e sostanze chimiche, non vi è nulla di magico. Col tempo il personaggio del Ninja si è caricato di una potenza cinematografica che ha portato a fantasticare e a far evolvere un personaggio che ormai non ha più nulla dei veri Ninja.

Inoltre è importante dire, è che non tutti erano così agili. Infatti il Ninjutsu, non crea guerrieri invincibili tramite tecniche finemente levigate per essere infallibili, ma aiuta i praticanti a riconoscere le proprie qualità preesistenti, rendendoli consapevoli delle proprie armi, ma soprattutto insegna che i limiti che il nostro corpo percepisce spesso sono soltanto quelli che il nostro cervello gli impone.

Quindi il combattente leggero e scattante era verosimilmente quello che scalava le pareti dei palazzi, ma quello piazzato e forte faceva la scaletta al primo e sfondava le porte. Non si pretendeva che tutti ottenessero un certo livello comune, ma si lavorava perché ognuno migliorasse il proprio, confrontandosi soltanto con se stesso.
I vari clan erano quindi molto eterogenei, sia per esperienza, sia per fisicità, età e sesso. Ma ognuno era essenziale.

I Ninja erano grandi attori e grandi conoscitori del territorio. Basavano i loro attacchi su pianificazioni strategiche accuratissime, si fingevano chi non erano e utilizzavano le loro conoscenze per battere i nemici sul loro campo, sfruttando ciò che lo stesso offriva a loro vantaggio.

Nonostante il contesto marziale, da sempre ad appannaggio dell’uomo, le Kunoichi (donne ninja), erano forse la più significativa incarnazione del Ninjutsu, la loro apparente calma, dolcezza e sottomissione celava pochissimi scrupoli e un’incredibile capacità di adattamento, concetto fondamentale di questa disciplina.

In effetti, se si volesse riassumere il pensiero Ninja, potremmo farlo mettendoci nella condizione di dover affrontare un imprevisto o un cambiamento. Quello che maggiormente viene insegnato nel Ninjutsu è la capacità di adattarsi in tempo reale a ciò che il momento ci mette di fronte.

Normalmente nelle arti marziali si studiano situazioni standardizzate per le quali esiste una tecnica che è infallibile per battere l’avversario. La realtà è però ben diversa. Ci sono infiniti fattori che potrebbero cambiare quella situazione «scolastica» anche solo marginalmente, ma abbastanza da rendere la tecnica in questione totalmente impraticabile e quindi inefficace. Il Ninjutsu insegna a fidarsi del proprio corpo e del proprio istinto imparando ad ascoltarli come gli animali fanno da sempre, diversamente da noi uomini che abbiamo smesso di farlo per seguire l’intelletto.

L’arte dell’adattabilità estrema e della perseveranza, della lucidità e della pazienza per sfruttare il momento migliore, sono le vere tecniche del Ninja.

Il Ninja era un vero guerriero non un atleta, la sua medaglia d’oro era la sua vita. Niente orgoglio, niente onore, solo sopravvivenza e astuzia. Questo è il Ninja.

 

Team building Lo spirito del Ninja: agenda lavori (personalizzabile)

  • 10.00/10.30 - Contestualizzazione, la storia del Ninja e le caratteristiche peculiari della filosofia Nin-po. Storia del Ninja, un guerriero sapiente e organizzato.
  • 10.30/11.15 - Primo training time. Fiducia in se stessi e nel proprio team
  • 11.15/11.30 - Coffee break
  • 11.30/13.00 - Secondo training time. La gestione della paura e dell’imprevisto. 13.00/13.30 Question time
  • 13.30/14.30 - Pausa pranzo
  • 14.30/15.30 - Terzo training time. La via della spada
  • 15.30/15.45 - coffee break
  • 15.45/16.45 - Quarto training time. Parte interna (meditazione)
  • 17.00/17.30 - Question time e fine della giornata

Team building Ninja

 

Primo training time: Fiducia in se stessi e nel proprio team

Il primo esercizio che si propone è un mix tra lavoro fisico e mentale ma soprattutto fa parte del Ninjutsu più moderno, legato indissolubilmente alle operazioni di polizia attualmente in voga.
Ci si dividerà in gruppi composti da 4 persone che a turno staranno «sotto». Chi sta sotto simula di essere un malvivente arrestato e i restanti tre, i poliziotti che lo stanno arrestando.

L’esercizio sta nel tentare di liberarsi dalle tre guardie. Questo lavoro mostra a chi è sopra quanto sia difficile ma fondamentale lavorare in team e a fidarsi dei compagni, nonché quanto può essere difficile tener testa ad una sola persona.

Chi sta sotto invece imparerà a capire quanta forza ha una persona sola e quanto è in grado di fare anche se non ha una competenza tecnica di settore.
Il secondo esercizio sempre con gli stessi gruppi, vedrà uno alla volta sdraiarsi a terra a peso morto e gli altri tre lo solleveranno e lo porteranno in giro correndo in modo blando.

Anche qui non si può non notare quanta fiducia serve per restare a peso morto sulle spalle di tre compagni e quanta collaborazione è necessaria per non lasciar cadere il corpo inerme del trasportato.

Secondo training time:La gestione della paura e dell’imprevisto

Questi due esercizi sono tipici del Ninjutsu più tradizionale.

Il primo è un tutti contro uno, ovvero, una persona si mette in un punto con uno scudo in mano e gli altri gli si scagliano contro attaccando (sullo scudo) e urlando, uno dietro l’altro senza soste o pause. L’attaccato dovrà schivare i colpi che riceve. Questo porta a chi è attaccato una sensazione di paura data dal rumore degli urli e dal timore naturale di vedersi arrivare un fiume di persone e colpi addosso, tutte cose che manderanno il partecipante in iperventilazione. Ovviamente sarà svelato il trucco per superare la paura.

Il secondo esercizio è a gruppi. Un partecipante per gruppo è in centro e gli altri lo accerchiano attaccando con un colpo blando e dichiarato, ma portato senza preavviso. L’attaccato dovrà tentare di difendersi.

Terzo training time: La via della spada.

Qui vedremo la più nobile delle armi del Budo tradizionale. La Katana.

Essa è un mix di eccellenza tecnica e materie prime uniche, ma soprattutto è un qualcosa che trascende la mera arma da combattimento, è un vero e proprio strumento spirituale che va oltre il suo utilizzo operativo.

Interessanti sono sia il suo utilizzo in combattimento che il rituale che la circonda, ma soprattutto il confronto diretto con la sua «sorella» Ninja: la Ninja-To. Più corta e con un diverso utilizzo, nasce da Katane rotte in battaglia per diventare essa stessa un’arma con massima efficacia.

Esercizio: Ogni partecipante avrà una Bokken, ovvero una Katana di legno da allenamento, e imparerà sia l’aspetto rituale, sia un po’ di maneggi e di tecniche di combattimento.

Durante questa fase faremo anche un altro esercizio legato alla coesione di gruppo.

Si tratta di mettersi in cerchio e tendere la Bokken con una mano davanti a se tenendola all’altezza della propria spalla con il braccio completamente teso e puntandola verso il centro del cerchio.

L’esercizio si protrae ad oltranza. Il compito di ognuno è quello di non cedere, facendo toccare la punta della spada con il pavimento... Ma non è un esercizio individuale, chi cede infatti col tempo ci sarà.. È compito dei membri più forti andare a sollevare la Bokken di chi cede con la propria aiutandolo a sostenerla. Questo è un esercizio che crea affiatamento per due motivi essenziali. Fa sì che chi è forte possa aiutare chi è in difficoltà e rende tutti corresponsabili di successo o insuccesso.

Quarto training time: La parte interna. Meditazione

Partiremo con l’apprendere tecnicamente come approcciarsi alla meditazione. Poi faremo due esercizi base della meditazione tradizionale e un terzo decisamente più occidentale.
Il primo di visualizzazione e il secondo di pulizia della mente. Il terzo racchiude due esercizi orientali contestualizzati in un viaggio speakerato

1- La lavagna nera col puntino bianco

Questo esercizio è il primo rudimento della meditazione, è un esercizio di visualizzazione.
Quello che si deve fare è visualizzare questa lavagna nera con un puntino bianco in centro. Il compito è quello di riuscire con la mente a rendere la lavagna reale, vederne i particolari come la superficie, il colore (se netto o sfumato), se ci sono cornici, supporti o altro. Sentirne la consistenza, l’odore e il suono se la si tocca. Notare i contorni del puntino, la forma e la sostanza di cui è fatto. Poi quando la lavagna è tanto reale da essere tangibile, i colori si invertono d’improvviso e ricomincia il lavoro di concretizzazione.
Lo scopo è quello, con molta pratica, di far si che la visualizzazione dell’oggetto sia talmente solida da non svanire (e quindi riiniziare il lavoro) quando i colori si invertono.

2- Pulire la mente

Questo è un altro esercizio di base. Esso è l’esatto contrario della visualizzazione. Quando si impara a visualizzare si è fatto un bel passo avanti ma essa risulta poco importante se non si impara a non pensare a nulla. Questa pratica insegna a concentrarsi sul nulla più assoluto, combattendo contro qualsiasi tipo di pensiero, brutto o bello che sia. Quello che si raggiunge, se si riesce a far bene, è uno stato che si chiama «stato alterato di coscienza» che è una sorta di dormiveglia in cui siamo svegli ma nulla riesce a scalfire la nostra concentrazione. È lo stato preparatorio del combattimento, lo stesso stato che consente le camminate sui carboni ardenti.

3- Il viaggio

Questo terzo esercizio è il più occidentale e prevede una totale rilassatezza, una voce guida il viaggio in una dimensione parallela che fa entrare in contatto col proprio io più interiore.
All’interno di questa pratica vi è un esercizio chiamato «il mio Tempio» dove si è esortati a creare intorno a se un posto che rechi completa rilassatezza d’animo e assoluta serenità. Insomma il posto più intimo dove rifugiarsi quando se ne ha bisogno. Inoltre ci sarà anche un altro esercizio all’interno del viaggio, «il Cavaliere di Pietra», che nulla di altro è se non quel nostro io che dobbiamo usare quando pensiamo di non riuscire a fare qualcosa. Ognuno ne possiede uno, il trucco è sapere dove cercarlo e come farlo uscire.

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